Attualità Magazine - Sabato 5 maggio 2001

Transgender generation

Mi sento un angelo molto terreno, con le ali fatte di sangue, carne, sudore e umori.
Un angelo vagabondo, che vola sgraziato negli inferi e nei sobborghi, fra gli esiliati metropolitani e nella penombra di certi luoghi che odorano di vizio per cercare di trovare un senso…
Spesso guardo la mia vagina in un piccolo specchio che posiziono fra le gambe. È una bocca, un’ostrica appena dischiusa. Ma anche una slabbratura, la smagliatura di un tessuto. Un riccio di mare gigante. Ecco, mi piace rappresentarla così. Il clitoride è turgido ed evidente, guizzante come un piccolo pene. La carne sotto si fa più scura. Ma i peli rimangono folti e morbidi. Mi piace sapere cosa ho da offrire, cosa vedono gli uomini e le donne che seduco.
Poi invecchiando mi calmerò, quando avrò visto tutto senza trovare veramente niente, quando avrò sperimentato tutto mettendomi alla prova e scoprendo, alla fine, di essere davvero coraggiosa.
Allora immagino giornate quiete, lontana dal gioco dei corpi. Cercherò un posto in riva al mare e perderò lo sguardo dove diventa più scuro e si mischia al cielo.
Con quella luce speciale, uguale a nessun’altra, quella luce che fa sperare nella felicità. Che possa essere, in fondo, una cosa semplice.

Arriva da lontano la mia urgenza penetrativa. Dall’amore orribile che fanno subire nell’infanzia, quell’amore che ti rende vittima. Occhi rossi, cuore rosso e sangue trasparente, in balia di tutto.
Silenzio concentrato di bambina timida, babbo vieni, vieni a giocare con me sulla spiaggia, facciamo un castello, un percorso per le biglie, vieni ti prego. Sulla spiaggia davanti alla linea ferma e precisa del mare, un mare grigio come gli occhi che ho ereditato da te, babbo, vieni che scivolo via, le dita dei piedi affondate nella sabbia fine, e le mani lungo i fianchi come a proteggere. Vieni babbo non farmi cadere, non farmi mangiare dalla sabbia, vieni ti prego…

Un tempo lontanissimo, dove mi perdo, ogni tanto.
Uno spazio che allora era sempre vuoto. Una ferita aperta e purulenta, spaventosa, il bisogno omicida di essere costantemente amata e poi non esserlo mai, mai veramente.
Per questo sentirsi uomo.
Per questo sentirsi uomo che non può essere fragile.

Penso che arrivi tutto da quel periodo. Io bambina che percorro la strada per andare a scuola contando i passi all’andata e al ritorno, mille passi, due palestre, un supermercato.
Incontro gli amici maschi che fanno gruppo fra loro, li saluto con la mano, un po’ timidamente.
Le femmine invece, le vedevo diverse. Sentivo di non avere niente a che spartire con loro.
Smorfiose, con dei gusti che io non riuscivo a condividere.
E non ci riesco nemmeno adesso. Probabilmente è un problema mio.
Adesso però ci vado a letto, mi lascio catturare dai corpi morbidi e profumati di certe ragazze. Succhio capezzoli appena induriti, anche se preferisco quelli fintissimi delle mie amiche trans. Ma in mancanza di meglio vanno bene anche quelli di una donna vera. Possederle mi fa sentire potente, io le domino. Devono essere passive. Annuso i capelli, impartisco comandi precisi e cerco di penetrarle…
Sono una Pifferaia perversa, una corruttrice. Ma ne ho bisogno. Per sentirmi regina dei loro corpi. Imperatrice delle loro bianche scollature che profumano di alcove. Per non sentire emergere quel dolore remoto, quella vulnerabilità che mi fa tanta paura…

Durante i miei vagabondaggi cercavo un posto non contaminato, non avvolto dal consueto odore stantio che in quel periodo sentivo ovunque. Un posto dove io potessi avere un piede dentro e uno fuori: Dove potessi essere di passaggio. Come sempre.
Al Club Escuelita ci sarei capitata prima o poi, ne avevo sentito parlare con enfasi scandalizzata da gente del quartiere, le classiche brave persone. Bianchi borghesi preoccupati di quell’andirivieni di transessuali, desiderosi solo di preservare il grasso benessere delle loro case linde e pulite.
Solo un ragazzo un po’ strano, il figlio di una signora del mio pianerottolo, me ne aveva parlato con curiosità.
- “Devi vedere che gente buffa e colorata lo frequenta. Io non ho avuto ancora il coraggio di entrare ma li spio dalla finestra”.
Era il mio luogo.
- “Si esibiscono a turno delle drag queen, cioè degli uomini che si vestono da donna, alcune sono straniere e dicono che abbiano voci cristalline, superbe. Voci di angeli”.
E cominciò ad intonare:
Y tristes como un lamento
Son los suspiros
Del corazon…


Voci d’angeli caduti, pensai. Caduti e perduti, proprio come me.
Ed è lì, che ho incontrato Regina, la mia migliore amica. Una drag queen. Una splendida drag, anzi una ”high heel queen” perché non esce mai con scarpe dai tacchi alti meno di un chilometro.
Fantastici. Mi permette spesso di penetrarla con quelli.


Da TRANSGENDER GENERATION
di Francesca Mazzucato
Ed. PIZZO NERO
pag 123, lire 15.000

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