Libri Magazine - Giovedì 25 giugno 2009

Caravan: intervista a Michele Medda

di Francesco Cascione

Magazine - Quindi se vuoi lasciare la tua città, là dove soffia il vento del nord
per andare giù al sud dove scorrono fiumi di dolce soda,
pensaci due volte, è meglio, amico mio,
meglio che ti compri subito un fucile e che lo usi,
perché quaggiù non troverai niente,
soltanto semi soffiati sull’autostrada dal vento del sud.
(Trad. Seed – Bruce Springsteen – 1986)

Semi su un autostrada, un intero paese messo in viaggio senza una meta, tutti in una enorme Carovana, come quelle che siamo abituati a vedere nei Western; persone comuni con il loro carico di ricordi, oggetti ed un’abbondante quantità di paure: paura del viaggio, paura dei militari che non parlano ma che si limitano a fare da scorta, paura di quel cielo che dopo essere diventato di un colore impossibile ha spento tutti gli oggetti quotidiani e tutte le certezze, le abitudini, le relazioni che gli abitanti di Nest Point chiamavano Vita.

Tutto è cominciato da quella vecchia canzone del Boss in cui si raccontava di un’altra crisi – quella petrolifera del 1984 - e di persone e sogni gettati sulla strada, semi da cui è germogliata una miniserie nuova, diversa, che promette molto grazie alla bravura del suo sceneggiatore, capace di trasformare il quotidiano in avventura.

È questo il punto di partenza di Caravan, l’ultima nata di Casa Bonelli, ideata e sceneggiata da Michele Medda, uno dei tre Sardi (il trio era completato da Antonio Serra e Bepi Vigna) che all’inizio degli anni novanta diedero il via a Nathan Never, il fumetto – il primo – di fantascienza made in Bonelli, che proprio in questi giorni festeggia i suoi primi diciotto anni. Parlando di Caravan con Michele Medda, è stato inevitabile chiedergli di Nathan, di come fu la sua genesi, di come segue il viaggio nel terzo millennio del personaggio che ha contribuito a curare:

«Preferisco non pensare a quegli anni – mi risponde - e non solo perché scatta l’effetto nostalgia (eravamo tutti più giovani e con più capelli), ma perché mi rattrista il paragone tra l’entusiasmo che c’era allora intorno ai fumetti e la situazione attuale. Erano gli anni dei raduni al Dylan Dog Horror Fest, col Palatrussardi che traboccava di fans e di fumetti e cinema horror… Un’altra epoca, decisamente. Per quanto riguarda l’evoluzione del personaggio, la vivo come un genitore vive l’indipendenza di un figlio diventato maggiorenne, sospeso tra un po’ rimpianto e un po’ di legittimo orgoglio».

Quando Nathan Never è uscito in edicola la fantascienza era in un periodo d’oro, all’epoca divoravo qualunque cosa riportasse il nome di Asimov, consumavo la VHS di Blade Runner e mi avvicinavo alle correnti SF di allora. Quali sono oggi i punti di riferimento per chi si occupa di fantascienza?
«Non mi pare che ci siano più molti riferimenti letterari o cinematografici in Nathan Never, per vari motivi. Un po’ perché siamo più smaliziati noi autori, un po’ perché quello di Nathan Never è ormai un universo che si autoalimenta traendo nuovi spunti da se stesso. Ma soprattutto, credo che la fantascienza abbia il fiato corto rispetto a una realtà che la tecnologia fa cambiare sempre più in fretta. Basti pensare che quando ho iniziato a scrivere Caravan, tre anni fa, non esisteva ancora il fenomeno Facebook. E pensiamo a quanto è stato rapido il declino dei CD a favore del formato mp3. E i videotelefoni? Ricordate come ci martellavano? “Videochiamami!”. Tutto già finito, anzi, nemmeno iniziato. Ma quale scrittore riuscirebbe a tenere il passo con queste cose?».

Caravan si pone come fumetto nuovo. Lo si capisce già dalle prime tavole del numero uno in cui vengono presentati i protagonisti della serie – la Famiglia italo-americana di Massimo Donati ma non solo – e la situazione che cambierà per sempre la loro vita.
«La situazione è protagonista solo nel numero 1. Ovviamente i protagonisti sono i personaggi. Quanto all’ispirazione per la serie, dentro Caravan ci sono tante suggestioni derivate da film, da libri, dalla musica. Per esempio, nel numero 2 si racconta Easy Rider, ma con qualcosa di diverso da una citazione/omaggio. Leggendo un altro episodio, poi, qualcuno potrà pensare a un film di Spielberg, ma in realtà adopero un topos che Spielberg ha usato come altri – o meglio di altri – ma che certo non ha inventato. Insomma, ho attinto a un certo immaginario, ma non a specifici romanzi, film o telefilm. La serie è un lungo romanzo in dodici capitoli (usciranno con cadenza mensile, il n°1 è in edicola da una decina di giorni), di cui non vorrei anticipare tropo, credo di avere già detto molto (Michele cura un Blog dedicato alla serie, in cui emergono curiosità, back stage… ndr). E poi penso che già il numero 2 darà un’idea di quello che è la serie. Spero che il lettore legga i prossimi albi con mente aperta, pronto ad ogni possibile sviluppo».

Ovviamente se si inizia con i giochi dei rimandi si perde di vista il tema e si finisce a parlare dei graffiti nelle grotte, quello che è evidente piuttosto è una tendenza a raccontare storie corali...
«Andando indietro nel tempo si arriva, se non ai graffiti delle grotte, almeno a Ombre rosse (a sua volta ispirato a Palla di sego di Maupassant, quindi…). Credo però che l'impulso massimo alla coralità (termine usato un po’ a sproposito; io parlerei di serie “a personaggio collettivo”) sia stato dato dal successo di E.R.. E poi c’è stato questo fenomeno orrendo – che ha investito anche E.R. – di soapizzazione, che ha portato ad avere serie interminabili, portate avanti molto oltre le possibilità degli autori e degli attori o addirittura moltiplicate n volte, come CSI. Chiaramente la struttura collettiva era più funzionale a questo ignobile processo di “self–exploitation” rispetto a quella con l’eroe singolo (perlomeno in tivù).Gli eroi per caso al posto di eroi e antieroi».

C'è una volontà del lettore/spettatore, di smettere di guardare ai personaggi di fantasia come ad esempi a cui riferirsi per dedicarsi invece a persone somiglianti in cui immedesimarsi?
«Non direi che è un fenomeno di oggi. Già negli anni cinquanta c'erano molti thriller che avevano per protagonista una persona qualsiasi scaraventata in una situazione drammatica. Quindi la tendenza c'è sempre stata, e riemerge a seconda dei momenti storici. Oggi semmai c'è una crisi della figura dell'eroe positivo, del "buono" a tutto tondo, ma la narrativa popolare comunque non smette di proporci personaggi "larger than life" in cui la gente ama identificarsi. Certo, io trovo preoccupante che ci si identifichi in Tony Soprano».

Caravan ma non solo. Non molto tempo fa è uscito in America un numero speciale degli X-Men: X-Campus che tipo di esperienza è stata?
«Non avrei mai pensato di scrivere di super-eroi, ma me l'ha chiesto Francesco Artibani. E dato che con lui ho sempre lavorato bene, e che da ragazzino adoravo gli X-Men (io ho conosciuto i primi, quelli di Lee & Kirby), ho accettato volentieri. È stato difficile infilare tanti personaggi in 24 pagine, e non so se lo rifarei. Ma alla fine sono molto contento di avere fatto una serie per ragazzi, e mi dispiace che questo tipo di storie non abbia grande fortuna in Italia.

Progetti per il futuro?
«Il mio prossimo impegno sarà impegnarmi a riposarmi! Poi devo finire due sceneggiature di Nathan Never che mi trascino da troppo tempo e una storia per il Dylan Dog ColorFest».

Vista l’estate alle porte e l’occasione di poter chiedere consigli ad un addetto ai lavori, chiedo a Michele di suggerire qualcosa che lo abbia colpito
«Consiglio una sitcom inglese, Spaced, inedita da noi, con un Simon Pegg strepitoso e con la bravissima Jessica Hynes. Lui è un wannabe fumettista, lei una wannabe giornalista, e i due dividono un appartamento fingendo di essere sposati. Una delle poche cose sfrenatamente citazioniste che mi abbiano fatto ridere».

Il seme della nuova serie è stato piantato, i primi germogli si vedono e promettono molto bene. Il primo numero, magistralmente disegnato da Roberto De Angelis, è una scoperta che viene fatta tavola dopo tavola. Inevitabile mentre lo si legge, l’identificazione coi protagonisti e una domanda: cosa faremmo se si trovassimo all’improvviso catapultati in un viaggio senza meta?

Buona Lettura!

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Oggi al cinema

La ragazza senza nome Di Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne Drammatico Belgio, 2016 Una sera, dopo aver chiuso le pratiche giornaliere, Jenny, un giovane medico, sente suonare alla porta, ma non risponde. Il giorno dopo, la polizia la informa che una ragazza non identificata è stata trovata morta nelle vicinanze. Guarda la scheda del film