Teatro Magazine - Sabato 24 febbraio 2007

Pagliacci e Cavalleria: una sera vivace

di Andrea Ottonello
Serata vivace, quella di ieri sera al Carlo Felice, per il debutto di , che vi avevamo presentato qualche giorno fa. Serata, diremmo, “complessa”, in cui si sono mescolate sensazioni e intenzioni diverse, straordinarie performance ma anche alcune serie perplessità.
Andiamo con ordine e cerchiamo di raccontarvi quel che abbiamo visto e sentito, per suggerirvi, se ancora non l’avete fatto, di andare a prendere un biglietto per le prossime repliche (25 e 27 febbraio e 1-4-6-8-10 marzo).

Mattatore indiscusso della serata prima dell’apertura del sipario e attesissimo dai melomani era il celebre tenore siciliano Salvatore Licitra (nell’impegnativo doppio ruolo di Canio-Pagliacci e Turiddu-Cavalleria). La sua è una voce bella, chiara, squillante, che si addice perfettamente al verismo musicale (e alla siciliana che canta Turiddu all’inizio di Cavalleria), e ha riscosso giustamente calorosi consensi. Ma il vero successo ieri è stato quello di Svetla Vassileva (Nedda in Pagliacci, moglie infedele di Canio) e Susan Neves (Santuzza in Cavalleria, promessa sposa privata dell’onore da Turiddu): due donne straordinarie, attrici superbe, bellissime, perfettamente calate nei rispettivi ruoli.
Una bellezza languida, mediterranea, sensuale, quella della Vassileva; più combattiva e passionale la Neves, ben supportata dalla figura di Mamma Lucia (brava Ambra Vespasiani). In entrambi i casi, due voci magnifiche, nitide, piene, intense, tecnicamente inappuntabili. Insieme a loro, alcuni validi comprimari come Alberto Gazale e Juan Gatell (rispettivamente Tonio “lo scemo” e Peppe di Pagliacci), ma anche Paola Gardina e Vittorio Vitelli (l’adultera Lola e il di lei marito Alfio “il carrettiere” di Cavalleria).

Delude, vocalmente e scenicamente, Roberto De Candia (un Silvio basso & grasso, che come amante della bellissima Vassileva è ben poco credibile). Ma soprattutto, a fronte di tanta bella musica che abbiamo ascoltato, deludono le scelte registiche di Sebastiano Lo Monaco (qui al debutto).
Si ha la sensazione che Lo Monaco, abituato agli angusti spazi del teatro di prosa (di cui è oggi, assieme a Gabriele Lavia, il principe), non sappia esattamente come muoversi su un grande palcoscenico, né cosa far fare ai suoi cantanti e che ruolo assegnare al “popolo”, che tanto conta in queste due opere.
Non si può far passeggiare il coro senza uno scopo preciso all’inizio di Cavalleria quando il libretto prevede che cantino fuori dalla scena, né tantomeno far sdraiare 100 kg di Silvio/De Candia sopra una meraviglia della natura quale Nedda/Vassileva, mentre amoreggiano prima che Canio li scopra. Non si può portare in processione 5 tra Cristi e Madonne e poi farli portare via uno per volta, così, quando capita. Non si può far passeggiare Santuzza mentre suonano le note immortali dell’Intermezzo, laddove Mascagni prevedeva che nulla accadesse in scena, ma solo nel cuore dei protagonisti e degli ascoltatori.

Troppi gli arbitri, che un debuttante non dovrebbe permettersi. Perplessità hanno destato le scene di Gianfranco Padovani: se risultava accettabile l’anfiteatro di Pagliacci, semplicemente inconcepibile è l’idea di mettere qualche roccia in scena per Cavalleria e null’altro; non c’è l’osteria di Mamma Lucia, né la Chiesa. Un pericoloso palcoscenico, vastissimo e senza orientamento, nel quale i protagonisti sembravano talvolta smarrirsi (più che “nuovo allestimento” è uno “smaltimento”, o se preferite uno “smantellamento”).
Per non parlare del raccapricciante disco solare rosso fuoco che compare sullo sfondo alla fine dell’opera: non siamo nel far west, questo non è mezzogiorno di fuoco! I costumi che Giuseppe Avallone ha disegnato per il coro sono bellissimi in entrambi le opere, tradizionali ma raffinati. Convince meno la camicia da notte di Nedda (ma era meraviglioso il costume di Colombina che indossa nel secondo atto) e soprattutto quel “sacco-tempestato-di-brillantini” che indossa Canio/Pagliaccio.

Infine, il nostro plauso incondizionato va a Bruno Bartoletti il vecchio grande nume tutelare di queste opere, autentico signore del podio, che ha diretto in maniera impeccabile le maestranze del teatro. La sua è parsa una lettura sorretta da un’altissima coscienza costruttiva e formale, consapevole del valore e della potenza delle note scritte da Leoncavallo e soprattutto da Mascagni, un ragazzo livornese di 27 anni che aveva capito tutto della Sicilia. Il suono dell’orchestra è splendido, emozionante; non sempre gli interpreti e il coro hanno risposto in modo adeguato, ma Bartoletti e la sua bacchetta sono filati via placidamente, senza scomporsi, privilegiando ciò che unisce rispetto a ciò che divide. Cioè privilegiando la musica e fregandosene delle note o degli attacchi sbagliati qua e là. Non succede spesso, ed è questa la ragione per cui vi raccomandiamo di fare un salto al Carlo Felice.

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