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L'intervista con Enrico Brizzi

brizzi L'autore bolognese ha pubblicato di recente 'La nostra guerra'. L'adolescenza di Lorenzo Pellegrini, già protagonista de 'L'inaspettata piega degli eventi'. Di Simone Nocentini
di Simone Nocentini
Simone Nocentini intervista Enrico Brizzi dopo l'uscita di La nostra guerra, romanzo che narra gli anni dell'adolescenza di Lorenzo Pellegrini, già protagonista del suo romanzo precedente, L'inaspettata piega degli eventi.
Brizzi da anni collabora con il gruppo genovese Numero6. La loro ultima iniziativa (di cui vi parleremo presto) è la pubblicazione di un album registrato durante il tour dello scorso anno. S'intitola Il pellegrino dalle braccia d'inchiostro e sarà disponibile online sul sito dei Numero6 dal 21 gennaio 2010. Lo spettacolo sarà di nuovo in tour da maggio.

Il libro
Gli eventi narrati in La nostra guerra coprono il periodo dal 1942 al 1945, fra gli undici e i quattordici anni di Lorenzo Pellegrini. Nella sua adolescenza, figure centrali sono i compagni di scuola e la famiglia: indimenticabili le figure della madre Nina e del padre, l�avvocato in camicia nera Paride Pellegrini. Amore, bugie, conformismo, corna e tentativi di emancipazione sullo sfondo di una società totalitaria e in piena mobilitazione, dove il controllo del regime su radio e giornali appare assoluto. Il tutto, raccontato con l�ironia e la tenerezza del ragazzino Lorenzo, passato in un batter d�occhio da ginnasiale borghese a sfollato nel dramma collettivo della guerra.

Enrico Brizzi (Bologna, 1974) ha fatto il suo esordio giovanissimo col romanzo Jack Frusciante è uscito dal gruppo (Ancona, 1994; Baldini&Castoldi, 1995). Le sue più recenti opere narrative sono la raccolta di testi brevi La vita quotidiana a Bologna ai tempi di Vasco (Bari, 2008) e il romanzo L�inattesa piega degli eventi (BCDe, 2008).

Enrico Brizzi ha da poco pubblicato La Nostra Guerra (2009, Baldini Castoldi Dalai, p.- 640, 20 Eu), l'antefatto che racconta l'infanzia del giovane Lorenzo Pellegrini, già protagonista di L'inattesa Piega Degli Eventi. Nell'Italia degli anni '40 il fascismo ha abbandonato l'alleanza con Hitler e, dopo un periodo di neutralità, ha subito l'invasione nazista successiva all'apertura di un terzo fronte europeo. Gli eventi fantastorici ricordati nel precedente romanzo qui diventano storia raccontata e vissuta attraverso gli occhi di un bambino affacciato all'adolescenza. Con i tratti di un (colossale) romanzo di formazione novecentesco, si intrecciano i destini del paese e quelli della sua fragile famiglia.

Da dove nasce l'idea? Perché un ragazzo di trentacinque anni, nato e cresciuto nella rossa Bologna che ha, sul proprio sito, il link a quello dell'ANPI, si dedica al racconto di una fanta epopea fascista?
«L'idea di una "saga" dedicata all'Italia vittoriosa nel II° conflitto mondiale è nata, io credo, dal sospetto che nella rossa Bologna ci abbiano a lungo raccontato solo mezza verità, la parte più consolatoria. Il grande rimosso del ventennio fascista non è tanto, come scrive Pansa, il 'sangue dei vinti', ma il formidabile consenso di massa di cui la dittatura ha goduto dal 1922 fino alla disastrosa esperienza bellica. Chi è cresciuto con una cultura democratica non dovrebbe ignorare che Mussolini era assai popolare, persino quando guidava il Paese nel vicolo cieco della guerra d'aggressione in Etiopia e conseguenti sanzioni. Quello che i democratici dovrebbero domandarsi è 'Com'è stato possibile'? Com'è stato possibile che una dittatura abbia preso il potere per via parlamentare, con in sovrappiù la farsa della marcia su Roma? Com'è stato possibile che - se non tutti, che certo non era il caso - così tanti italiani fossero accesamente fascisti? E com'è possibile, infine, ritenere che il nostro Paese sia uscito completamente da quella esperienza il 25 aprile 1945, se nel giro di poco fu necessaria un'ampia amnistia onde salvarlo da una nuova guerra civile, e se ancora negli anni Sessanta buona parte dell'apparato statale repubblicano era lo stesso del Ventennio? Queste contraddizioni della storia patria, la più fitta di misteri dell'intero Occidente, costituiscono altrettanti inviti per il narratore interessato a raccontare l'Italia, o - è il mio caso - gli Italiani».

Ne La nostra guerra l'8 Settembre 1943 coincide con un attentato di matrice monarchica ordito nei confronti di Mussolini (invece che con l'armistizio). L'evento aprirà la strada verso l'eliminazione dai giochi di Casa Savoia e la rivincita militare italiana sull'invasore. Il tutto raccontato attraverso l'occhio incantato di un bambino cresciuto a 'pane e moschetto', figlio di una camicia nera antemarcia, la cui esistenza è stata costantemente pervasa dal fascismo.

C'è una sorta di parallelismo tra l'immaturità del giovane Lorenzo e quella del popolo italiano, seppur nella tua ricostruzione votato al successo ed al prestigio internazionale?
«Si dice sempre che 'la Storia la scrive chi la vince'. A interrogare la discordia che ancora avvolge il ricordo di quegli anni, viene da domandarsi chi abbia davvero vinto, in Italia, la seconda guerra mondiale. La continuità fra l'apparato nazionale di sicurezza nel periodo fascista e in quello democratico - mantenuto in chiave anticomunista fra segreti e contraddizioni che riguardano i nostri anni più bui - è un elemento inquietante, che spalanca ben più di un 'what if...'.

Nel romanzo c'è più di un riferimento a Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley. C'è qualche legame tra quel Mondo Nuovo e l'Italia laica, repubblicana e littoria del progetto fascista, già così ben tratteggiata in L'Inattesa Piega Degli Eventi?
«Ogni governo populista, e quelli totalitari spesso lo sono al massimo grado, si autocelebra per darsi forza. Ogni dittatura si autoincensa come patria della libertà, faro della giustizia, punta di diamante del progresso. La retorica littoria, fra miti della romanità, positivismo industriale, bonifiche e fondazioni, ha sostenuto tutto e il contrario di tutto: le lotte dei contadini e gli interessi degli agrari; le istanze di socializzazione e i vecchi poteri occulti; la donna-fattrice relegata in casa e la donna-ausiliaria capace di prestare aiuto ai camerati combattenti. Quel che m'interessa non è giudicare le istanze di una dittatura, condannate "a pelle" da chiunque abbia una coscienza democratica, ma il modo particolare - lo stile - con cui gli argomenti venivano portati avanti. Ognuno di noi ha familiare all'orecchio la magniloquenza, il tono impostato, gli atteggiamenti da macho che costituiscono il marchio di fabbrica del periodo, e questo non perché siamo tutti appassionati de La storia siamo noi (programma di analisi storica di Rai Educational condotto da Giovanni Minoli n.d.r.), ma per un motivo ben più inquietante: quel modo di essere non ha mai davvero abbandonato il Paese.

Nel romanzo hai inserito alcuni personaggi reali del nostro dopoguerra. Pier Paolo Pasolini, descritto come un giovane fascista in fez e camicia nera, e Fanfani, niente di meno che nei panni di un federale, ampiamente coinvolto in giochi sospetti di potere economico. Perché?
«Mi ha sempre sbalordito pensare che le élite intellettuali degli anni Cinquanta e Sessanta, ivi compresi scrittori, poeti e registi organici al PCI, fossero in buona parte transitate dalle organizzazioni giovanili fasciste. Pier Paolo Pasolini, benché non lo si ricordi spesso, vestì effettivamente la camicia nera del GUF (Gruppo universitario fascista) dell'Ateneo bolognese, organizzazione per certi vesti "frondista" ma pur sempre espressione del regime. Amintore Fanfani, poi, scrisse articoli su varie riviste di regime, e non fu il solo futuro esponente democristiano a muovere i primi passi sull'arena pubblica nelle file del PNF. La continuità è sempre stato un valore-chiave, fra le Alpi e la Sicilia, e un sottile filo nero corre dall'alba degli anni venti del Novecento fino ad oggi».

Leggeremo altre avventure del giovane Lorenzo Pellegrini?
«È estremamente probabile, anche se non sarà più così giovane. Al momento sto lavorando su una storia che si colloca fra La Nostra guerra e L'Inattesa piega degli eventi, come a dire nel pieno degli anni Cinquanta. Ormai Lorenzo per me è un amico e, se non si stanca di me, sono pronto a seguirlo nel tempo e nello spazio».


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