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'La mano sinistra del diavolo', di Paolo Roversi

La mano sinistra del diavolo

Un paesino dove non accade mai nulla. Un macabro ritrovamento. È il nuovo romanzo noir di Paolo Roversi. Due chiacchiere con l'autore
di Francesca Baroncelli
23 NOVEMBRE 2006
A Capo di Ponte Emilia non accade mai nulla. Ma il ritrovamento di una mano mozzata cambierà la vita di molti degli abitanti dell'immaginario paesino della Bassa mantovana. Paolo Roversi, autore de La mano sinistra del diavolo (Mursia editore, 302 pagg, 15 Euro), conosce bene la lentezza di quei paesini - lui è nato a Suzzara - contrapposta alla frenesia di una grande città come Milano: «ho voluto fare il verso a Guareschi», scherza Roversi, «raccontando la Bassa mi sono sentito nudo. Ho descritto situazioni che ho ho vissuto sulla mia pelle. Milano, invece, non mi appartiene nonostante io viva lì da sei anni».
E nel suo secondo romanzo noir - il primo, Blue Tango è stato pubblicato da Stampa Alternativa ed è giunto alla seconda edizione - Paolo Roversi ha raccontato entrambi: Capo di Ponte Emilia, scossa dal macabro ritrovamento e dall'uccisione di alcuni arzilli vecchietti abitanti da anni nel paese, e la grande Milano, dove nemmeno l'assassinio del proprietario di un ristorante e il ritrovamento del corpo di una giovane donna sembrano rappresentare una novità.

Ad indagare saranno il comandante dei Carabinieri Giorgio Boskovic e il giornalista Enrico Radeschi, che farà la spola tra la Bassa e Milano per ottenere una prima pagina nella cronaca del Corriere.
«I protagonisti de La mano sinistra del diavolo sono gli stessi di Blue Tango, però qui Radeschi torna alle sue origini ed è diversa anche la stagione in cui si svolge la vicenda: allora era inverno, nel nuovo romanzo è piena estate». E come spesso accade il personaggio assomiglia al suo autore: «in Radeschi c'è molto di me, così come negli altri personaggi. Il giornalista, addirittura, viaggia sulla mia stessa vespa gialla...», o forse è viceversa?
Fatto sta che Roversi sta già pensando ad un terzo episodio per la sua trilogia: «ho già in mente la prima pagina. Poi si vedrà. Questa volta Radeschi affronterà un viaggio, magari a bordo del suo Giallone, e vivrà una tormentata storia d'amore. Lontano da Milano e lontano da Capo Ponte Emilia. Prima o poi, però, abbandonerò i miei amati personaggi: non voglio che diventino ingombranti».

Dalla letteratura al cinema, poi, il passo è spesso breve: «una fiction tratta dal mio libro? È una speranza! Se ciò accadesse mi piacerebbe intervenire sulla sceneggiatura». Alla vera e propria parte noir si affianca infatti la descrizione della vita di Radeschi e compagni: il loro carattere, le loro avventure sentimentali: «anche senza la vicenda "gialla" i miei personaggi continuerebbero a vivere. Mi piace descrivere gente normale. Niente super eroi, né persone fuori dal comune».
Roversi, laureato in Storia Contemporanea all'Università Sophia Antipolis di Nizza, ha messo nel libro qualcosa di sé anche dal punto di vista culturale. Nel corso delle indagini sul serial killer della Bassa, il comandante dovrà confrontarsi con il passato: il fascismo, la lotta partigiana e i cosiddetti "voltagabbana". Quelle camicie nere che, finita la guerra, hanno indossato il fazzoletto rosso e cambiato nome e vita: «un periodo, quello, che mi è rimasto impresso. Gli italiani combattevano contro altri italiani e per molti le vecchie ferite non si sono ancora rimarginate».

Non solo storia: l'informatica è un'altra passione di Roversi: «non è facile scriverne. Per non annoiare i lettori ho cercato di farlo in modo ironico e divertente». Come quando l'autore parla di un segretissimo sito della NASA: un software che si può scaricare direttamente dal sito dell'agenzia spaziale. «Tutto vero, ma non bisogna essere un hacker per accedervi: chiunque può scaricarlo».
Non manca infine la denuncia sociale: il primo sospettato di essere il serial killer è un albanese. Non ci sono prove, ma la gente del paese non ci mette molto a convincersi della colpevolezza del ragazzo: «lo straniero fa sempre un po' paura. I realtà si tratta di persone che si trasferiscono nei piccoli centri per lavorare, non certo per trasformarsi in criminali. Anche questo è stato un modo per raccontare la società odierna andando a toccare un tasto sensibile».
Un libro coinvolgente, ricco di sorprese, che ti fa venire voglia di continuare a leggere per sapere "come andrà a finire". E questo, per un romanzo noir, non è poco.

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Nella foto sopra: La copertina del libro 'La mano sinistra del diavolo', di Paolo Roversi


Nella foto sotto: Paolo Roversi



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