La Spezia - Mercoledì 10 giugno 2015

Monterosso: vieni a mangiare quel che passa il Convento

Frate Renato
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LO SPUNTO DI LAURA GUGLIELMI

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Genova - «Vieni a mangiare su da noi quel che passa il convento?», mi chiede Frate Renato Brenz Verca, con lo sguardo invitante. C'ero già stata una volta su al convento dei frati Cappuccini di Monterosso. Era il 1996 e l'Italia tutta festeggiava il centenario della nascita di Montale, che con le Cinque Terre aveva un rapporto davvero speciale.

Ci sono tornata quindi su al convento, in occasione di Glocal, la prima edizione del Festival del giornalismo ambientale. Era appena finito l'incontro Luoghi magici tra social e ambiente, io moderavo e frate Renato era uno dei relatori. Durante il dibattito ci siamo trovati d'accordo: la semplicità e la bellezza salveranno questo nostro Paese sfiatato. Magari non usiamo le stesse parole, mentre lui dice che non bisogna mai smettere di stupirsi e godere del “creato”, io penso che sia importante immergersi spesso nella “natura”, amando le cose belle senza volerle possedere.

Finito l'incontro, quindi, ho trascurato la cena con i colleghi, per essere un po' più vicina al cielo. Nonostante la mia caviglia slogata, non mi sono lasciata scappare l'occasione e mi sono arrampicata per la ripida mulattiera che si inerpica a zig-zag, sulla collina che domina Monterosso, insieme alla collega Chiara Pieri. Da lassù, dal convento lo sguardo spazia da Punta Mesco tanto cara a Montale, a alcuni paesi delle Cinque Terre, come Vernazza. Sei al centro del mondo.

Una volta entrati, passato il chiostro, si sbuca su un ampio terrazzo: sotto si allarga l'orto con le verdure, le limonaie, le piante aromatiche e le viti. Una zona pianeggiante, difficile da trovare in questa terra ruvida e scoscesa. Al limitare dell'orto, il muretto appena ricostruito dopo la terribile frana del 2013, che rischiava di far collassare la struttura. Ancora non è tutto sistemato e infatti Frate Renato ha dato vita a più di una raccolta fondi.

Si sono fatte le nove e adesso ho davvero fame. Avverto che non mangio carne: «Non ti preoccupare, oggi è venerdì, nei conventi semmai si mangia pesce». Un ricordo che risale alla mia infanzia, non perché nella mia famiglia rispettassero questa regola. Ebbene è proprio la sera adatta per questa occasione speciale.

Ora sono qui seduta a questa tavola imbandita di delizie, una vellutata di zucchini e patate appena colti, carpaccio di pesce spada affumicato, una frittatina di erbette, formaggi della Valtellina, zona d'origine di Renato, verza che stamattina era solidamente ancorata all'orto. Siamo in 4, c'è anche il portavoce del convento, Alberto.

Renato racconta come ha ridato vita alla struttura, che ospita spesso persone che vogliono immergersi nel silenzio: «A parte la confusione che quasi tutte le sere d'estate rovina la nostra quiete». Rumore più che musica, che sale dalla piazza principale del paese, anche in questo momento. La sua stanza si affaccia proprio da quella parte. Perché non cambi cella? «Perché è la più bella», mi risponde.

Un personaggio frate Renato: ha 53 anni e ne dimostra dieci di meno, è un'atleta, spesso quando ci sono ospiti si appende ad una sbarra, che attraversa il soffitto della sala principale, e fa delle acrobazie. È un grande comunicatore, seduce le persone. È riuscito a far diventare il convento primo Luogo del Cuore del Fai nel 2014. È l'unico frate che vive qui, tutte le persone che frequentano la struttura sono volontari, che cucinano, stanno dietro all'orto, puliscono le camere, insomma danno una mano a tenere in vita questo luogo unico, così vicino al cielo. Che qui sembra davvero a portata di mano, con le luci dei paesini delle Cinque Terre che ora si sono accese e fanno tanto presepio.

Anche Alberto Cipelli, il portavoce, è volontario. Contatta i giornalisti e gestisce le pagine facebook e twitter.

Ora siamo approdati alla macedonia con il gelato di fragoline raccolte stamattina, tutto innaffiato dal limoncello, prodotto con il succo delle trombe d'oro della solarità - tanto per evocare Montale - che crescono a grappoli nella limonaia qui sotto. Poi c'è anche la crema di limoncello e vai con le calorie. Il vino rosso, però, lo abbiamo bevuto solo Chiara ed io: «Fino a qualche decennio fa le donne non potevano varcare la soglia di questo convento. Potevano solo venire a messa nella chiesa, ma non potevano certo entrare nel Paradiso dei Frati», ci racconta Renato, indicando una porticina, e io lo provoco un po' sul sacerdozio femminile. Sei d'accordo?, gli chiedo diretta, come da mio stile. Non si sbilancia, ma secondo me non ha niente in contrario.

Ora ci fa visitare le celle dove una volta vivevano i frati e adesso ci si rintana chi decide di venire quassù ad assaporare un po' di pace. Entriamo nella biblioteca, le narici si riempiono di quell'odore tipico ormai scomparso ovunque. Frate Renato indica un antico mobile a vetri: «Lì ci sono le reliquie di tante sante», mi spiega come a rassicurarmi del rispetto della Chiesa per le donne. E aggiunge sornione: «Quando anche tu diventerai santa, potrai stare sempre qui». Apre quella porticina magica e entriamo nel Paradiso dei Frati, le mie ave mi stanno guardando invidiose, lo sento. Un balcone immerso nel verde e affacciato sull’infinito: E il naufragar m’è dolce in questo mare.

Prima di uscire mi fa firmare il libro degli ospiti, dove credo di aver fatto un refuso, dopo tutto quello che ho bevuto. O forse perché sono distratta e sto pensando a che aspetto avrò, se mai dovessi diventare una reliquia.

Chiara ed io ce ne riscendiamo giù nel mondo ma prima saluto San Francesco, una sua statua è proprio davanti al convento. Sì, il santo di Assisi mi è sempre stato simpatico, sarà per il suo amore per gli animali. Una domanda: secondo voi Francesco era vegetariano? Chissà come erano buone le verdure dell’orto all’inizio del secondo millennio.

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