Imperia - Mercoledì 12 agosto 2015

Realdo, ai confini di Liguria come sul tetto del mondo

Realdo, panorama
© prolocorealdo.it

LO SPUNTO DI LAURA GUGLIELMI

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Provate a svegliarvi la mattina presto sulla cima del mondo. In bilico, come un'aquila rintanata nel suo nido. In una casa che profuma d'altri tempi. Fuori dalla finestrella, il sole d'agosto già infuocato in cielo, e lì di fronte lo strapiombo, con le rondini che volano intorno alle rocce. E i pini aggrappati, che fanno di tutto per non franare a valle. Poi, camminando nel silenzio dei caruggi ancora freschi della notte, sentire i sussurri della gente appena alzata, che escono dalle case in pietra.
Mi è successo a Realdo, il fine settimana scorso, dove sono stata invitata per condurre un trekking letterario, insieme a Giacomo Revelli. A questo articolo è allegata una fotogallery con una quarantina di immagini: guardatele.

Realdo è un paese un po' speciale, forse il più suggestivo dell'entroterra dell'estremo Ponente Ligure. Se ne sta lassù a mille metri, in cima ad una falesia, alta 150 metri. Dalle case del paese non si percepisce l'orrido, bisogna andare in un punto panoramico protetto, proprio sul bordo, e guardare giù. È stato ritagliato tra gli orti, che ancora oggi sono rigogliosi. Posizionati sull'orlo dello strapiombo, servono anche per protezione. Nessuno, che si sappia, è mai precipitato giù, come invece è successo dal ponte di Loreto, qualche chilometro più a valle. Ma arrivando dalla provinciale che parte dalla costa, ecco che Realdo si staglia in cima alla roccia, e ben si percepisce quanto sia arroccato.

Francesco Biamonti ha ambientato un brano di Le parole la notte a Realdo, dove uno dei suoi personaggi decide di rifugiarsi: «Stavano come in un nido nel paese appeso alla roccia» oppure «Ha il cielo da tre lati».

Bisogna percorre tutta la Valle Argentina per raggiungerlo, 40 chilometri da Arma di Taggia, che è sulla costa, 13 chilometri ancora più in su di Triora, il paese delle streghe. Una valle strana, densa di storia, che ancora oggi conserva una sua selvatichezza. Pensate che verso la fine del Cinquecento un inquisitore si è preso la briga di arrivare fin lassù, per dare la caccia a delle donne speciali, che curavano i compaesani con le erbe. Questo a Triora, mentre Realdo ha tutta un'altra storia. La carrozzabile per raggiungerlo è stata costruita
negli anni Settanta. Fa parte della comunità brigasca, che dopo la Seconda Guerra Mondiale è stata smembrata tra Italia e Francia. Briga (La Brigue), il capoluogo, ora appartiene ai cugini d'oltralpe. Piaggia, Upega, Carnino e Viozene al Piemonte, mentre Realdo, Verdeggia alla Liguria.

Una vicenda triste che ha creato dei veri e propri drammi nelle famiglie, oppure ai pastori che si sono visti sottrarre i terreni per il pascolo, una tormentata terra di confine: «Ci sono altri due casi simili in tutta Europa: Gorizia e Berlino», racconta Nino Lanteri, brigasco doc e direttore della Vastera, una rivista che racconta le tradizioni locali e che fa parte del gruppo occitano Chambra d'Oc, diretto da Ines Cavalcanti.

Il papà di Lanteri era il fabbro del paese, la mamma gestiva il ristorante. E lui è riuscito a trovare il tempo per prendere due lauree e diventare professore di lettere e poi preside, ad Alba. «I brigaschi hanno anche in comune una lingua tutta loro, diversa dalle altre»: classe 1927, Lanteri ha conosciuto Italo Calvino, quando faceva il partigiano lassù, e si era rifugiato con i compagni tra Bregalla e Creppo, due paesini dall'altra parte del torrente Argentina.
Un personaggio straordinario Lanteri, memoria storica del paese. «Nel 1802 Molini e Triora avevano più abitanti di Sanremo – spiega – Poi dopo la seconda Guerra mondiale si è spopolato».

Una manifestazione riuscita Narrando Realdo, ideata da Giacomo Revelli, che proprio qui ha ambientato il romanzo Nel tempo dei lupi. Una storia di confine. È stato bello inerpicarsi con i partecipanti fino a Borniga e Pin, due frazioni di una bellezza straordinaria. Abbiamo parlato di scrittori, da Calvino, Orengo, Biamonti fino a Caproni, raccontando storie di confine, ragionando intorno all'ubago, concetto caro a Italo Calvino: altro non è che l'ombra, quegli interstizi tra una valle e l'altra, dove non batte mai il sole. Lo scrittore sanremese, proprio in queste zone al limite ha intercettato il nucleo della sua ispirazione poetica: «Dal fondo dell'opaco io scrivo», ha dichiarato in uno suo racconto magistrale.

Ci ha fatto visita domenica anche lo scrittore Marino Magliani, che ha presentato il suo ultimo libro Il canale Bracco.

Volete stare qualche giorno a Realdo? Avete due possibilità: da qualche anno è stato aperto un rifugio, dove prima c'era la scuola del paese. Quando Lanteri era piccolo, alle elementari c'erano 72 allievi, ora non ci sono neanche in tutta la Valle Argentina, calcolando anche le scuole superiori. Il rifugio è di Giampiero De Zanet, guida ambientale escursionistica, ciclista, amante del trekking, un vero appassionato di queste montagne.
Se invece preferite un'abitazione o una stanza, potete telefonate a Giancarlo (334 1674176), un realdese un po' selvatico, che ispira subito affetto e simpatia. Gestisce anche l'unico bar-ristorante del paese. Ogni tanto ha qualche sbotto di rabbia, ma è una persona veramente cara.

Cosa fare a Realdo, oltre che perdersi nel caruggi? Si può:

  • Visitare il museo A Ca' di Brigaschi (telefonare prima: 333 1667803), gestito da volontari solerti, tra cui Liliane Masi Pastorelli.
  • Fare una salto a Carmeli, una frazioncina, con tanto di laghetti dove fare il bagno.
  • Scendere fino all’Arma da Graa dë Marmu, una grotta dell’età del Rame.
  • Oppure raggiungere l'Alta Via dei Monti Liguri – la mia ossessione – fino alla Bassa di Sanson, oppure al Passo di Collardente, per raggiungere il monte più alto della Liguria, il Saccarello.
  • Arrampicarsi solo fino a Borniga, una frazione indimenticabile.
  • Ancora più semplice, raggiungere Verdeggia (2 chilometri da Realdo) per una sentiero nel bosco, accoccolata anche lei sotto il Saccarello.
  • Ascoltare il silenzio.
  • E tornando giù a valle, potete fermarvi a Triora, Molini o Badalucco e acquistare i prodotti locali.
  • Vi ricordo che questa è la valle dell'oliva taggiasca. Volete ancora qualcosa di più?

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