Teatro Genova - Mercoledì 11 ottobre 2017

Disgraced alla Tosse: identità e discriminazioni a confronto

Hossein Taheri, Lisa Galantini, Saba Anglana, Francesco Villano
© Donato Aquaro

Genova - «Non si tratta di fare affermazioni, ma di mettere in scena una serie di contraddizioni», ha commentato il drammaturgo Ayad Akhtar, autore americano di origini pakistane, parlando del suo testo Disgraced che gli ha fatto meritare il Pulitzer per il teatro nel 2013. Lo spettacolo è in scena al Teatro della Tosse da martedì 10 a venerdì 20 ottobre 2017.

Tradotta e messa in scena da Jacopo Gassmann, questa pièce scava nelle identità di quattro personaggi, nell'America di oggi, mettendo a nudo un conflitto razziale ed etnico che risiede nelle origini profonde di ognuno di noi. Razziale perché impregnato di quella dimensione discriminatoria e giudicante che nasce in un contesto culturale altro che si definisce "superiore". Etnico perché legato a un vissuto che è esperienza primaria e dunque assorbita a livello profondo, inconscio come originaria e identitaria. Chi siamo e dove cresciamo, sembra dirci il testo, determina cosa facciamo e chi saremo, per quanto ogni sforzo della ragione ci porti a sottoscrivere compromessi sul nostro io-pubblico. 

Un interno patinato - che trasforma completamente la sala Campana - ci porta nell'abitazione dal lusso minimale, un po' radical chic (scene di Nicolas Bovey), di Amir Kapoor (Hossein  Taheri), avvocato americano di origini pakistane e Emily (Lisa Galantini), la moglie americana "bianca" - è brutto da scrivere ma è parte integrante del testo e del principale leit motiv. La sala da pranzo della coppia verrà dapprima visitata dal nipote di Amir, il giovane Hussein/Abe (Lorenzo De Moor) che pone allo zio avvocato una questione di ingiustizia e discriminazione relativa a un imam arrestato e tenuto in prigione con deboli accuse. Quindi, in un turbinio di sbalzi emozionali legati all'evoluzione delle carriere professionali della coppia, due altri ospiti: Isaac, curatore e critico d'arte di origini ebraiche (Francesco Villano) e la moglie Jory, afro-americana, avvocatessa in campo finanziario collega di Amir (Saba Anglana).

Il colore della pelle è un argomento strisciante e profondamente intessuto nelle battute del testo. La dimensione spirituale e religiosa che appartiene o viene associata alle origini identitarie dei personaggi, altrettanto. Non si tratta di una lettura piatta del contemporaneo, al contrario si va a pescare in quel rigurgito di discriminazione razziale che ha segnato il secolo scorso e che poggiava proprio su caratteristiche fisico-biologiche per creare nemici da combattere, eventualmente deportare e sterminare.

Qui il riferimento recente è certo l'11 settembre, le torri gemelle, ma anche gli attentati di matrice islamica al grido di allah akbar o in nome dell'Isis che hanno segnato il mondo occidentale a più riprese. Tocca a Emily, giovane donna americana bianca, pittrice di professione, difendere un mondo che non le appartiene in senso stretto: la tradizione islamica e mussulmana e la sua arte, per portare alla ribalta i panni sporchi dell'America di oggi in quella stortura che nasce da un porto d'armi diffuso, legato a una legge che risale al 1791 (statisticamente la probabilità di essere uccisi in un "mass shooting", sparatoria di massa, è 11 volte maggiore che in altri paesi).

Da un lato dunque, con Emily assistiamo a un'indagine delle forme artistiche e del pensiero islamico come matrice antichissima da cui è lecito attingere esattamente come si fa con quelle definite classiche in occidente, le tradizioni artistico-filosofico-storiche greca e romana. D'altra parte c'è la presa di coscienza di un paese che non ha risolto pacificamente la sua identità meticcia e multiculturale perché imbevuto di uno spirito colonialistico-paternalista che ha per sempre relegato chi non aveva origini anglofone ai margini. Salvo poi accettare come semi-autoctona quella parte manageriale della diaspora ebrea e portatrice di un potere economico-finanziario - progressivamente impostosi come l'unico potere dominante.

Si parla di leggi umane fissate in testi sacri tramandati per generazioni e generazioni e di leggi umane laiche giuridico-amministrative impresse in codici di legge, certo imperfette ma anch'esse spesso fissate per secoli. Dunque si parla di narrazioni obsolete, da interpretare piuttosto che seguire, ma che rendono ciechi gli uni agli altri e determinano questioni di (in)giustizia (quale? di chi e per chi?), di interessi economico-politici anche individuali: per cui la carriera viene prima di qualunque identità o al costo di essere non se stessi ma come si deve essere a seconda dell'ambiente sociale in cui si vuole vivere e primeggiare. Si parla di sguardi sulla questione razziale ed etnica che sono altrettanto imbevuti di difettose visioni di partenza perché occidentali o perché islamiche e dunque di parte.

Un teatro di parola-azione più che di eventi. Uno spettacolo di dinamiche relazionali-emotive che porta sul palcoscenico una tematica estremamente attuale dentro una forma di commedia che guarda indietro e in fondo non riesce a raggiungere la dimensione stilistico-poetica di un feroce Wilde, maestro nel svelare le tante ipocrisie discriminatorie del suo tempo, ma neanche sottilmente brutale come negli arrabbiati inglesi, penso a Osborne ma soprattutto a Pinter.

Una pièce bien faite, rispettosa delle unità aristoteliche, che in qualche modo ripropone l'annosa questione di quanto una forma debba essere portatrice dei valori indicati dai contenuti che veicola; di quanto un tema forte possa passare meglio se presentato in un formato tradizionale. L'ardua sentenza è che resta un velo di "ingenuità" a pervadere sia la drammaturgia testuale che quella scenica e, forse, un eccessivo rispetto per il testo, conferma nella regia quel mancato osare su temi certo sensibili - tra cui anche il senso di persecuzione con cui molti ebrei vivono la dimensione politica globale - che non sono però certamente nuovi né ormai scandalosi. Troppo pudore costringe tutti, interpreti e regista, dentro le righe di un ragionare che non si sporca le mani più di tanto e arriva al climax in modo piuttosto scontato.

Per inciso, piuttosto bravi nell'insieme gli interpreti - spigliati Hossein  Taheri e Saba Anglana - con alcune punte di verace espressività non retorica sia in Lisa Galantini che in Francesco Villano e, in chiusura, una felice maturazione in termini di capacità di pathos del personaggio di Hussein/Abe con Lorenzo De Moor. Facendo un passo indietro, sulla questione di una produzione pudica, l'idea che Amir arrosisca di orgoglio di fronte all'11 settembre, per esempio, è certo uno scarto nella costruzione del personaggio, ma né impossibile né tanto scioccante per il nostro immaginario, se si tiene conto di una letteratura post-coloniale che ci racconta di come l'Occidente ha creato il suo nemico impoverendolo e sfruttandolo per generazioni e, quando possibile, armandone il popolo per fomentare conflitti e dunque avere forme di controllo sulla politica di altri contesti geografici.

Dopo un'anteprima estiva a Milano, la coproduzione che vede il Teatro della Tosse accanto al Teatro di Roma – Teatro Nazionale debutta in contemporanea con un'altra produzione italiana dello stesso testo teatrale quella dello Stabile di Torino - Teatro Nazionale con il sostegno della Fondazione CRT per la regia dell'acclamato regista austriaco Martin Kušej (direttore dello Staatsschauspiel Residenztheater di Monaco di Baviera dal 2011), interpretato da Paolo Pierobon (Premio Ubu 2017), Anna Della Rosa, Fausto Russo Alesi, Astrid Meloni, Elia Tapognani, nella traduzione di Monica Capuani che aggiunge un interessante sottotitolo: (Dis-crimini) - repliche al Carignano fino al 29 ottobre 2017. Disgraced resterà in scena a Genova  alla Tosse fino al 20 ottobre  2017, mentre a  Roma sarà al Teatro India dal 6 al 18 marzo 2018. Data la coincidenza temporale tanto stretta sarebbe virtuoso da parte dei teatri produttori offrire ai propri pubblici l'occasione di vedere entrambe le letture e interpretazioni di questo intelligente testo. E infatti esiste un virtuoso Progetto Disgraced per cui i possessori del biglietto dello spettacolo della Tosse potranno assistere alle repliche di quello al Carignano di Torino dal 9 al 29 ottobre al prezzo ridotto di € 10,00. Pregevole e illuminata iniziativa che traccia una breccia necessaria nel panorama teatrale italiano offrendo un bel esempio di collaborazione e comunicazione.

Teatro della Tosse
10-20 ottobre 2017

Disgraced
di Ayad Akhtar
traduzione e regia di Jacopo Gassmann
con Hossein  Taheri, Francesco Villano, Lisa Galantini, Saba Anglana, Lorenzo De Moor luci Gianni Staropoli
video Alfredo Costa
scene Nicolas Bovey
costumi Daniela De Blasio
coproduzione Fondazione Luzzati - Teatro della Tosse e Teatro di Roma - Teatro Nazionale.

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