Teatro Genova - Venerdì 17 marzo 2017

Irina Brook: «Gli attori italiani usano corpo, intelletto e umanità»

© P. Lanna

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Mercoledì 29 marzo, ore 17.30, nel foyer del Teatro della Corte, per il ciclo I pensieri delle parole, conversazione con Irina Brook, regista dello spettacolo. Ingresso libero.

Martedì 21 marzo, alle 19.45, la prima rappresentazione de L’isola degli schiavi sarà preceduta nel foyer del Teatro Duse da un breve concerto organizzato in collaborazione con il Conservatorio Paganini sull’opera comica del ‘700. L’ingresso al concerto è libero.

Genova - «Il lavoro è più incarnato nel corpo con gli attori italiani. Gli italiani usano corpo, intelletto e umanità insieme», commenta Irina Brook regista alla sua terza prova con L'isola degli schiavi, di Pierre Marivaux, in una coproduzione tra il suo teatro, Théâtre National de Nice, e lo Stabile di Genova. Con un cast tutto italiano, da lei selezionato, Irina Brook guida Martin Chishimba, Andrea Di Casa, Elena Gigliotti, Marisa Grimaudo e Duilio Paciello all'interno di un testo che lei stessa definisce «a cipolla, dove non si arriva mai alla fine» e dove occorre restare sul filo di un'ironia sottile che non è mai solo pura comicità. In scena al Teatro Duse in prima nazionale martedì 21 marzo - in scena fino al 19 aprile 2017.

Soddisfatto e entusiasta il gruppo di interpreti, ogni giorno invitato a una sessione di yoga prima e dopo le prove. «Fa piacere essere diretti da una donna, capita così raramente», dice Elena Gigliotti e da una donna regista ma anche attrice capace di combinare aspetti di dolcezza a determinazione e precisione. Martin Chishimba cittadino italiano, nato in Zambia, formatosi alla Scuola Paolo Grassi di Milano vive il testo come un'occasione speciale: «In Zambia abbiamo ottenuto l'indipendenza solo 50 anni fa, questo lavoro è uno spunto interessante per la rielaborazione di rabbia e senso di rivalsa nei confronti di chi ci ha colonizzato».

Ritornare su Marivaux per Irina Brook è un piacere ma anche una necessità dato il tema che il testo riesce ad affrontare combinando leggerezza a un'indagine tanto umana sui meccanismi di potere, abuso, vendetta da un lato e comprensione, immedesimazione e perdono dall'altra. «La cosa per me interessante è che questo Marivaux - un testo corto - sia in realtà un po' come Shakespeare: si può fare in molti modi diversi, si può essere pessimisti e farne uno spettacolo molto severo, oppure trattarlo come una favola evangelica e renderlo molto piacevole. Il testo però detta quasi tutto il gioco. Se io provo a forzare un'idea il testo mi resiste. La prima volta è stato un successo assoluto - racconta Irina Brook - avevo mescolato vari registri tra cui il music hall e il burlesque. Nella seconda regia, ho cambiato tutto, ho portato il testo verso la modernità, l'ho reso più duro e cinico. Questa terza volta, è difficile dimenticare il passato. Il primo istinto rimane perché è buono. C'è però una riscoperta e rilettura dei vecchi istinti e l'opportunità di andare ancora più in profondità. Il tema è importante ed estremamente attuale, è questo che rende il testo tanto fascinoso. Il tema della compassione, del perdono, del sentire il disagio e il dolore dell'altro, dunque rielaborare l'idea di rabbia e evitare la vendetta».

Tra i personaggi della storia la regista individua Arlecchino come «il più profondo» tra i personaggi, ma anche quello che richiama tutti a «restare leggeri. Quando forziamo la bagarre per ottenere un effetto scenico, troviamo resistenza, proprio perché il testo scorre lungo un limite molto esile tra gioco superficiale e riflessione profonda».

Elena Gigliotti ci offre uno spaccato di backstage raccontando dell'esperienza con Irina Brook fin dal momento dei provini. «Lei non ha l'idea di una performance chiusa. Anche con Valerio (Binasco, ndr) si gioca e si fa tanto studio, con lei però è diverso. Ci ha selezionati accuratamente con due giornate di seminario. Eravamo due gruppi, circa 50 interpreti in tutto. Lei dà solo due o tre ingredienti, perché è anche attrice e mostra cosa intende invece di spiegarlo. Il lavoro non parte dal personaggio, ma da una forma che coinvolge tutto il corpo, una forma giocosa. Poi si lavora a pulire, si va nel dettaglio. Con Marivaux il rischio è che tutto diventi potenzialmente ridicolo, ma lei è molto attenta a non farsi sfuggire le varie sfumature del testo».

Com'è andato il provino? «Nella giornata di laboratorio con lei, ci ha creato delle situazioni intorno alla pantomima iniziale, il risveglio dei padroni. Ognuno ha scelto vari costumi tra quelli messi a disposizione dalla Scuola dello Stabile. Nessuno di noi sapeva bene come usare i costumi, nessuno sapeva cosa lei cercasse. Poi ha messo in piedi una scena intera e ci ha diviso in gruppi di cinque per vedere come reagivamo come gruppo: lì ci ha scelto. Ci ha fatto fare molte improvvisazioni, anche tutti insieme e con richieste complesse».

Che rapporto hai con il genere dell'utopia? Ti piace o in fondo lo trovi un genere troppo immaginifico e frustrante? «Sì, in un certo senso, resta un senso di impotenza, ma il testo finisce con una domanda, e Irina Brook ci ha chiesto di rivolgerci a guardare il mare e di restare lì a chiederci se tutto quanto narrato da Marivaux sia possibile. Credo che per la nostra generazione sia importante guardare le cose in faccia. I padri ci hanno lasciato in eredità un grande debito, occorre tanta fanciullezza e forza, ma forse prima o poi riusciremo ad uccidere i nostri padri».

Nel gruppo di interpreti molti di voi hanno lavorato più volte con Binasco, resta la sua lezione? Resta l'idea che tutto accade in scena nel momento in cui agite e che ci si deve adattare agli scarti dell'altro/a per restituire verità e immediatezza al tempo sul palco? «Me lo sono chiesta anch'io. In parte credo di sì, non siamo quegli attori di tre passi a destra e tre a sinistra, non lo saremo mai. Brook rispetta molto i cambi di forma e se qualcosa tra noi non funziona ci invita a continuare a cercare. Fin'ora abbiamo lavorato intimamente, come gruppo, senza mai esterni in platea, quindi cresce sia l'esigenza, che la paura, rispetto alla performance come prodotto e, l'idea di confrontarsi con quel terzo elemento che è lo spettatore in sala, diventa urgente».

La facilità di adattamento al contesto italiano per Irina Brook viene da lontano: «Il mio cuore è italiano», afferma. Poi ricorda: «Quando era piccola, con mia madre, venivo spessissimo in Italia. Ricordo quando lei fece Giulietta per Zeffirelli, passammo un lungo periodo a Roma. E poi mia nonna comprò una casa in Toscana. Ho ricordi sensoriali molto forti, per esempio l'odore della pizza come la facevano nel paesino in Toscana da mia nonna. Sul lavoro poi (in Francia, ndr), spesso i miei colleghi sono italiani, moltissimi di Torino, non so neanche perché. L'italiano è una lingua che mi parla, che mi fa piacere parlare, me la sento vicina anche se non la parlo bene. E credo che l'italiano, in teatro per esempio, sia migliore per Čechov di altre lingue».

A breve Irina Brook sarà impegnata in una nuova produzione Terre noire, una produzione del Théâtre Nationale de Nice – Cdn Nice Côte d’Azur (Francia), in scena in prima nazionale al Funaro di Pistoia (23-24 marzo) su un testo originale da lei commissionato al pluripremiato drammaturgo italiano Stefano Massini, recitato questa volta da intepreti francesi: Romane Bohringer, Hippolyte Girardot, Jeremias Nussbaum, Babetida Sadjo, Pitcho Womba Konga.

Un altro tema urgentissimo: lo sfruttamento della terra, la battaglia tra piccoli coltivatori e grandi multinazionali. Non una commedia, piuttosto un thriller in trentun quadri, dove Stefano Massini ha disegnato la storia reale e terribile di una coppia di contadini sudafricani diventati vittime di grandi industrie. Un'altra utopia? «Sì, forse. Certo c'è qualche somiglianza, perché abbiamo l'occasione di vedere la storia reale di precisi individui, che vivono una storia triste. Il pubblico è più mosso da una storia particolare e umana, che non da mille documenti generici sull'argomento. Come in Marivaux, mi piace l'utopia e sono un po' utopista, ma soprattutto spero che alla fine le persone in sala si chiedano: è possibile? è possibile tornare come in Marivaux? è possibile combattere contro ricchi e potenti, quando si è poverissimi come nel testo di Massini? Queste domande vorrei che restassero».

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