Viaggi Genova - Lunedì 23 gennaio 2017

Davide Zannoni: da Genova ai Caraibi, sfidando l'Oceano

di Hira Grossi
Davide Zannoni
© Hira Grossi

Il termine saudade, inteso alla portoghese, significa quella precisa sensazione di malinconia che hai nel momento in cui prendi il mare e ti volti a guardare la terra, casa, sapendo di lasciarla per poi tornare e di non poter più fare a meno di questa contrastante, antica emozione. Di necessità, per pesca o guerra, virtù, vantandosi da sempre di essere l’ultima popolazione sulla terra, quella che incontra il mare e lo domina. Portoghesi e genovesi, una faccia, una razza.

Davide Zannoni è un genovese con un'enorme passione trasformatasi in lavoro, il mare. Davide è Capitano e ha il compito di portare la sua barca dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, in vista di una regata. Lo ha fatto diverse volte, otto per la precisione e si accinge ad affrontare il suo nono oceano a giorni. Racconta la sua esperienza, enorme nonostante gli anni, attraverso i ricordi e le emozioni, le stesse esatte sensazioni e percezioni molto umane che siamo normalmente abituati a gestire ma che si trasformano, come per magia, in tutt’altro all’interno di uno degli ambienti più inospitali della terra. Parla con sicurezza ed entusiasmo ma anche con la consapevolezza di lasciare molto a terra, ed ecco che torna la saudade: Davide, prima di tutto, è un papà.

Cosa vuol dire Oceano
Senza tanti giri di parole, l’Oceano è un’altra cosa. Altro rispetto alla nostra concezione di mare, altro nei tempi, nei modi e in quello che scatena dentro alle persone. Non vedi la terra per almeno 10 giorni, il che, a spanne, modifica decisamente la percezione degli spazi e del tempo. Le onde, poi, sono enormi, lunghe, comandano loro e, letteralmente, fanno sparire le cose. Ma, soprattutto, l’Oceano è consapevolezza: di essere un’entità infinitesimale nella vastità che domina l’ambiente, di dover essere sempre al proprio meglio obbligandoti a giungere al limite di te stesso. Se ne diventi amico, torni arricchito. Non esiste un altrimenti.

I compagni
Chi deve prendere il mare deve essere non soltanto un esperto marinaio, deve conoscere l’essenza della marineria. L’Oceano ti sfida, ti provoca e non perdona. La traversata verrà condivisa con un ottimo equipaggio: Luca Perna, rigger di Arenzano; Massimo Marini, campione mondiale di surf, genovese e marinaio da sempre; Glenn Edwards, tasmano con ben 35 anni di mare alle spalle e circa una ventina di traversate della tratta più pericolosa di sempre, Sidney-Hobart; Luca Tosi, che l’Oceano l’ha affrontato in solitaria su un natante di 6.5 m; Carlo Castelli, storico Capitano dei vascelli della famiglia Agnelli, ritenuto uno dei maestri del mare; ultima ma non ultima certo per importanza, Elena Frezza, regatante esperta, vero fulcro della spedizione. La squadra ha il compito di portare la barca al di là della distesa oceanica: alcuni parteciperanno alla regata caraibica prevista per marzo, altri torneranno in Europa appena toccata terra. Spesso ricordato dagli spot, la vera essenza sta nel viaggio, non nella meta: questo è davvero il caso di dirlo.

Superstizioni e metodi
Avere una donna a bordo, per di più nell’equipaggio, non portava sfiga? «Si diceva così», aggiunge Davide, «ma senza di lei saremmo al pari di un carro bestiame; la donna ha una sensibilità e una cura che non maschietti non abbiamo. Inoltre, Elena è un’eccellente marinaia, sono molto orgoglioso sia nel mio equipaggio. Ma poi vuoi mettere quando sei in mezzo al mare vedere il sorriso dolce di una donna?». Unica pecca, la paura di perderla per colpa del vento, visti i suoi 43 kg in tutto. «Pazienza», dice lei, «mi legherò bene e all’uso metterò dei piombini nelle scarpe». Punto e a capo. In barba alle quote rosa, Elena ha passione tanto quanto manico, per cui sarà elemento attivo al 100% sopra e sotto coperta: anche al timone, momento delicato e unico quando si tratta di traversate. Infatti, i turni sonno-veglia sono completamente distorti, ci si riprogramma in funzione del mare. E quando il turno arriva al timone la strategia è una, particolare e condivisa. Chi deve subentrare affianca, di fatto, abbracciandolo, chi sta timonando; ascolta il movimento dello scafo, delle braccia e del cuore. Entra nel suo tempo perché «chi timona da un’ora ha una sensibilità e una precisione che gli altri non possono avere; è qui che devi lasciar perdere le leggi del cervello e lasciarti andare a quelle del corpo». Un abbraccio, una fusione che ha il sapore della condivisione estrema, fino a entrare nel movimento dell’altro, garantendo la continuità.

L’Oceano è fatto di momenti
Momenti, tragici o felici, che sommandosi diventano ricordi indelebili. Come la volta in cui uno squalo balena di grandi dimensioni si affianca allo scafo e distoglie l’attenzione dell’equipaggio dal compagno che segue l’animale, però, sotto la barca. L’impatto, inevitabile, non ha causato feriti né nella fazione dei pesci né in quella degli umani che hanno coniato, così, il termine ho dato dentro a uno squalo balena. Momenti di pura bellezza, come quando vedi in prima persona cosa si intende per catena alimentare: mare insolitamente placido, pesci in superficie, banchi di acciughe che saltano fuori dall’acqua che finiscono prede degli uccelli, accorsi solerti, che a loro volta finiscono prede degli squali, il tutto seguito a distanza di sicurezza da tartarughe e balene che attendono il loro turno per cibarsi. Ecco il significato autentico di fare parte di un tutto. Si contano i pochi momenti, poi, di autentica soddisfazione: come la prima volta in cui si tocca la latitudine 00000000, da Città del Capo di ritorno a casa, e si percepisce di essere un vero marinaio. Il mare non ha più confini. Ma sono esattamente in confini a segnare per sempre i ricordi: quelli smarriti, quelli che non danno più indicazioni sui radar. Come la volta in cui il Capitano Davide si è trovato a essere l’unico vicino (se così si può intendere un puntino su una mappa) a una barca che non dava più segni di vita da tre giorni. A bordo, in solitaria, un caro amico del Capitano che vira e lo va a cercare: lo fa per ben 25 ore invano, fino a quando si rende conto che il limite oltre il quale non ci si può spingere (pena la vita) è talmente vicino da essere, probabilmente, già stato varcato per cui gira la prua verso Nord, conscio di abbandonare la speranza. E non solo. I momenti, infine, per chi sceglie l’Oceano come dimora di vita sono sorretti dal tempo costruito di vuoti che si vanno, man mano, a riempire: orizzonti sempre uguali fatti di onde, chissà quali emozioni e reazioni, tutte molto personali e intime e attimi che costruiranno una parte del sé rendendo tutto bello e doloroso ricordo. Perché i momenti in Oceano sono, soprattutto, vuoti: di casa, di comunicazione, di famiglia, di figli che si preoccupano per te e a cui tu non puoi stare vicino, in quel preciso momento.

Questa volta
Questa volta il Capitano prende il mare con un equipaggio tra i migliori in circolazione e sa benissimo che insegnerà loro tanto quanto loro insegneranno a lui. Ma il grande padrone di casa, l’Oceano Atlantico, si fa già sentire: meteo a parte, di cui l’equipaggio in toto è già stato messo al corrente, la velocità del mare e della barca, «quella dei miei sogni per tanto tempo» precisa il Capitano, il che aumenta il coefficiente di difficoltà in maniera esponenziale, sono ben altre le prove che stanno per affrontare. Mare veloce, tanto, tantissimo vento, onde di 8 m come piano di partenza e lo straordinario gelo artico che fa dimenticare di essere nella pozzanghera dei mari, il tiepido Mediterraneo. Il tutto si traduce in resistenza, in fatica: fisica e mentale, sulle braccia e nell’entusiasmo.

Parlando con il Capitano su quella che sarà la sua dimora e regno per il prossimo mese circa, si resta in parte stupiti e in preda a una sensazione strana: un misto tra invidia e diffidenza per quello che i suoi occhi potranno vedere senza filtri e per l’empatica impossibilità di entrare davvero nei suoi panni, sentimento riservato a noi terrestri. Potrà comunicare via email per raccontare quasi in presa diretta della volta in cui quella volta….

Essere Capitano a questi livelli è uno status che si raggiunge solo dopo anni di durissimo lavoro, dimostrazioni di grande passione, infinita dedizione e tanta insana, visionaria e incredibile dose di follia che fa di tutti i Capitani del mondo un’unica stirpe. In preda alla necessità di andare verso l’orizzonte, inseguiti dalla saudade e dai ricordi, dietro alla scia di una personalissima e unica balena bianca, l’avventura. Buon vento, Capitano Davide.

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