Teatro Genova - Mercoledì 30 novembre 2016

Al Cargo la Madame Bovary di Laura Sicignano

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Genova - «Letto decenni fa, me lo ricordavo romantico. Riprendendolo l'ho trovato molto crudo, meschino». È il romanzo di Flaubert, Madame Bovary, punto di partenza della produzione più recente di Laura Sicignano, coprodotta da Il Contato/Teatro Giacosa di Ivrea e Teatro Cargo. Nato su invito di Laura Curino, all'alba della sua nomina a direttrice artistica del Teatro Giacosa d'Ivrea, lo spettacolo ha debuttato la scorsa primavera in Piemonte e va in scena al Cargo dal 2 al 4 dicembre (6 dicembre, mattinée).

Dell'adattamento Sicignano parla di un'impresa impervia: «un parto doloroso» per cui c'è stato bisogno ovviamente di tagliare e trovare un centro. «Flaubert partì da una trama banale per creare una grande opera, quindi si è trattato inizialmente di fare una scelta. Ho deciso di focalizzare l'attenzione su Emma, il marito e due suoi amanti, tenendo il sapore di provincia, che è poi ciò che avvelena Emma».

Quale Emma vedremo e che sguardo quello di Sicignano su questa donna sognatrice? «Sicuramente è una donna forte, vittima delle circostanze, ma anche di se stessa, delle sue velleità, di una letteratura che le fa credere che ci sarà un principe azzurro che prima o poi verrà a salvarla. L'ho abbastanza detestata, ma la morte e il destino si accaniscono con lei e alla fine smuove compassione. Flaubert, è come se cinicamente dicesse: così è il mondo. Tanto è bello lo stile quanto lui spietato, specie con la figlia, l'innocenza assoluta che viene completamente dimenticata».

Qual è la parte che ancora risulta a noi vicina, che risuona anche nelle corde del contemporaneo, di questo personaggio e di questo testo? «Il rapporto tra Emma e Charles, il marito. Convivono ma non si conoscono; lui non si accorge della depressione di lei, forse non vuole vedere. Lui però è un uomo buono e la amerà fin dopo la morte. E poi, nella maternità, Emma è completamente inadeguata. È una madre pessima, al limite della crudeltà. E Flaubert infierisce su questo rapporto, inasprendo i termini con una bambina femmina che Emma reputa incapace e non interessante. In lei c'è una vena adolescenziale molto forte in quel suo aspettare un evento salvifico che la liberi da un presente così piatto, ecco questo le impedisce di vedere le cose buone e di valore nel suo presente».

Romanzo realista, certo, spesso definito anche poesia in prosa, dunque carico di un linguaggio metaforico e evocativo, ma anche estremamente sfacciato nel mostrare la realtà nella sua dimensione più terra terra. «Sì, Flaubert è crudele. Fa morire Emma con il veleno per topi, una morte atroce resa ancor più insopportabile in una minuta descrizione che va avanti per pagine e pagine - che non ricordavo - come a volerla punire. Io però non la vedo colpevole Emma, piuttosto incapace.

Incapace di contare su se stessa, di non affidarsi sempre agli altri. Dacia Maraini ha scritto un intero saggio (Cercando Emma. Gustave Flaubert e la signora Bovary: indagini attorno a un romanzo, 1996), chiedendosi se Flaubert odiasse il suo personaggio. Io credo di sì, forse perché Emma si ostina a illudersi, mentre Flaubert vedeva questo mondo piccolo borghese come terribile, incapace di concedere alcunché. E forse era doloroso anche per lui».

Cosa è andato perduto del romanzo e come hai lavorato sul tempo e l'ambientazione per trovare una collocazione ai vari spazi? «L'ho ambientato in uno spazio mentale, a partire dal punto di vista di Emma: uno spazio semplice (scene a cura di Laura Benzi, ndr), che con lo spostamento di pochi oggetti ci porterà fin dentro il castello. Sarà un lampadario a evocarlo. La cattedrale è solo musica di fondo e una luce così come la carrozza».

Lo spettacolo sarà in abiti d'epoca? «In costume, sì. E devo dire che, nonostante questo, a Ivrea il pubblico rideva nei momenti crudeli, come se non guardasse lo spettacolo come qualcosa di estraneo e lontano, ma qualcosa che li riguardasse.Sono andate perdute, certo, le descrizioni dei paesaggi di campagna: un luogo squallido, dove la natura non offre alcuna consolazione romantica».

Cosa hai assolutamente tenuto di Flaubert? «Ho cercato di mantenere l'ironia. E spero di aver restituito questa fame di lei in un mondo poco generoso. Una bulimia dei sensi e delle cose che la porterà a perdere il controllo».

Conteso tra realismo e dimensione sognatrice e poetica della vita come hai modulato la recitazione? «Per lo più è realistica, così come lo spettacolo nell'insieme risulta piuttosto tradizionale nella messa in scane. Poi però, siccome il punto di vista è quello interiore di Emma, in alcuni momenti che coincidono con il suo esaurimento, la depressione, la follia, lo spettacolo si sposta seguendo gli andamenti emotivi di lei. C'è una scena che racconta la quotidianità e che diventa surreale nella sua ripetitività. Ogni volta che Emma prende una deriva anche lo spettacolo fa uno scarto».

Nel cast Roberto Serpi nei panni dell'amoroso marito, Charles. Alessandro Marini, l'amante giovane, Léon Dupuis, «colui che ha con Emma un'affinità elettiva poi se ne va, quindi torna e decide di conquistarla fisicamente come a prendersi una rivincita. Con Marini avevo già lavorato anni fa in un testo di Mario Bagnara, poi è andato a vivere ad Arezzo, dove ha fondato il Teatro Virginian, di cui è direttore artistico e attore». Aldo Ottobrino è «l'amante più pimpante, Rodolphe Boulanger: un uomo solo, ricco, che la conquista in quattro mosse, è molto divertente. Con lui lei scopre la dimensione dei sensi. Nell'ultimo anno, con Aldo abbiamo fatto quattro spettacoli, un lavorare piacevolissimo ormai ci si capisce al volo». E infine Madame Bovary: Sara Cianfriglia. «Ha un percorso molto faticoso, da ragazzina di provincia attraverso delusioni continue, con aspirazioni impossibili entra nell'età adulta senza capirlo né accettarlo. È come se avesse sempre fame di qualcosa, qualcosa che non c'è, che appena è afferrabile non le interessa più».

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