Mostre Genova - Lunedì 28 novembre 2016

Andy Warhol, l'artista della Pop Art che creò se stesso

di Federica Burlando
Warhol. Pop Society, la mostra a Palazzo Ducale
© Federica Burlando

Genova - Un viaggio che parte da Pittsburgh. Anzi no, più lontano: da un paese che si perde in quella che oggi è la Slovacchia, in una valigia con dentro - probabilmente - i sogni di chi lascia la propria terra. Tra le case di un paese di cui a stento si intuisce la lingua, una famiglia: un padre e una madre, che subito si rende conto che uno dei suoi tre figli è più delicato rispetto agli altri due. Nasce così Andrew Warhola (cognome anglofonizzato dell'originario Varchola) che è diventato ben presto l'Andy Warhol che il mondo ha imparato a conoscere come la figura forse più celebre della Pop Art. Amato, criticato, fondatore di quella Factory dalla quale passarono nomi come Jean-Michel Basquiat, artista capace con le sue intuizioni di rivoluzionare il concetto di arte. Ma non solo.

L'uomo che inventò Andy Warhol: questo il titolo scelto da Claudia Bergamaschi dell'associazione Genova in... mostra per il viaggio, proposto in collaborazione con Coop Liguria, che domenica 27 novembre a Palazzo Ducale ha condotto il pubblico, con parole e immagini, sulla strada percorsa non solo da Andy, ma prima di tutto da Andrew. A pochi passi di distanza, nell'Appartamento del Doge, la mostra dedicata a Andy Warhol. Ospitata a Palazzo Ducale dal 21 ottobre 2016 chiuderà il 26 febbraio 2017, pochi giorni dopo il trentennale della morte dell'artista avvenuta il 22 febbraio 1987.

L'uomo che inventò l'artista è stato proprio quel ragazzo che in gioventù aveva sofferto di problemi di salute e che «stando a letto - afferma Bergamaschi -, si era creato un mondo fantastico attraverso le riviste che la madre gli comprava». Il ragazzo che, ai volti delle star conosciute su quelle pagine, univa l'«osservazione di icone a sfondo dorato presenti nella Chiesa di San Giovani Crisostomo che i Varchola, ruteni, frequentavano».

Dopo gli studi, Warhol fa il grande salto e si trasferisce a New York, «dove i suoi disegni - continua Bergamaschi - vengono subito apprezzati dal mondo della moda». Sono gli accessori il focus su cui si concentra il giovane Andy. Aneddoto vuole, racconta Bergamaschi, che, «durante la ricerca del primo impiego, sia svenuto e che, dopo essere rinvenuto e aver visto le persone accorse intorno a lui, abbia capito che la debolezza poteva essere una ricchezza».

Una fragilità che, forse, a quel ragazzo di Pittsburgh era rimasta un po' in fondo al cuore. E così, insieme ai modelli di scarpe - veri e propri oggetti di moda - realizzati con la tecnica della blotted-line che ricordano le stampe -, sfilano anche le immagini di un corpo in evoluzione: dal ragazzo tra i compagni di classe si passa all'uomo che si tinge i capelli, fa uso di parrucche, indossa occhiali da sole alla moda, una maglietta a righe che, come sottolinea Bergamaschi, fa subito andare la memoria a quella che portava Picasso. Fino alle immagini en travesti. Insomma, l'artista diventato esso stesso un'icona pop. «Andy Warhol ha fatto di se stesso un'opera d'arte», afferma Bergamaschi. «Con lui si ha la trasformazione dell'artista in merce, dà vita - toccando diversi settori - a quella contemporaneità in cui noi siamo immersi».

«C'è un prima e un dopo Andy Warhol: usando un confronto forte si può dire che per gli Stati Uniti la Pop Art è stata il Rinascimento italiano», afferma Bergamaschi, sottolineando le infinite influenze, i varchi aperti, senza contare le immagini che ancora oggi sono vere e proprie icone popular e che trovano in Warhol il padre artistico.

Prima di lui, «l'espressionismo astratto dell'action painting di Jackson Pollock, un'arte che apriva le porte all'interpretazione personale», per usare le parole di Bergamaschi. Con Warhol la più stretta contemporaneità è svelata sotto gli occhi di tutti, come una verità che scopre se stessa. La realtà di un consumismo che ha alle spalle la Seconda Guerra Mondiale, che profuma di benessere, che conosce il mezzo televisivo; quella di una, mille scatolette a portata di mano sugli scaffali dei supermercati o moltiplicate dalla immagini pubblicitarie. Nella serialità delle famose Campbell's Soup o nelle scatole di Heinz Tomato Ketchup, l'artista non fa altro che «farsi specchio e riflettere il sistema dell'epoca». L'arte diventa democratica, nel senso che propone qualcosa che vediamo, tocchiamo tutti, che chiunque - persino le persone più in alto nella scala sociale - consumano. «Warhol ha messo un po' di arte nelle nostre vite e ha fatto della vita qualcosa di artistico», afferma Bergamaschi. In un giro di vita a 360 gradi, la sua Factory si apre anche alla musica, al cinema: celebre, per esempio, la collaborazione con i Velvet Underground.

Ma nello spazio tra le Brillo Boxes, nelle anse del simbolo del Dollaro, si inserisce anche qualcos'altro. I volti in serie di Mao, uguali, ma dalle tonalità differenti ci restituiscono non uno, ma diverse persone, sensazioni difformi sotto la pelle. «L'uso dei colori ci fa sembrare differenti i visi in ripetizione, sostiene Bergamaschi che sottolinea: «quello che viene prodotto nel consumismo ha un’altra faccia: quella di assenza, di perdita, di morte».

Dopo le immagini che catturano le sedie elettriche (vuoti di una presenza che, seppur non si dice, si vede come una figura fantasmatica), c'è lei, l'immagine simbolo: Marilyn Monroe. Una sorta di fermo immagine dal film Niagara di una donna che ormai - all'epoca dell'opera di Warhol - se ne era andata da pochissimo. Un volto che, dalla prima immagine della serie, cambia: un mutamento percepito dai sensi, se non dalla ragione. Senza una parola che spieghi, senza nessuno segno che faccia un cenno eclatante. «La forza della Pop Art - afferma Bergamaschi - è nel rendere le cose evidenti», a portata di occhio.

Come le cicatrici che segnavano il corpo di Warhol riportate nella sparatoria del 1968 e che l'artista mostra all'obiettivo di Richard Avedon. Uno scatto che sembra restituire anche la fragilità di un ragazzo di Pittsburgh, dell'uomo che inventò Andy Warhol.

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