Genova - Mercoledì 5 ottobre 2016

Lisa Galantini: «Io, Camille Claudel, la migliore artista del secolo»

Lisa Galantini, che porta in scena Camille Claudel
© Donato Aquaro

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Genova - Una brava attrice e un'artista dimenticata dalla storia: Lisa Galantini e Camille Claudel. Ed ecco che viene fuori Moi, uno spettacolo che non cambierà la storia del teatro, ma che lascia una traccia profonda in chi lo vede.

Camille Claudel (1864-1943), sorella del più rinomato Paul, poeta, era una scultrice talentuosa. Viveva nella sua casa circondata dai suoi amati gatti. Da sola. Aveva un temperamento nervoso, spesso sprofondava nella depressione, soprattutto dopo la rottura con Rodin, suo compagno. Un altro difetto: era molto ambiziosa. Uno stile di vita troppo equivoco in quel periodo storico. E così la madre, connivente il fratello poeta, la fa rinchiudere. Anche se è sana, o meglio si comporta come la maggior parte delle donne oggi in Occidente. Tante di noi fossero vissute allora si sarebbero dovute adattare o sarebbero state chiuse in manicomio. Proprio come Camille, che non se la sentiva di seguire le regole sociali di fine Ottocento.

Lisa Galantini porta in scena un monologo che dura quasi un'ora e mezzo e che si svolge per intero nel manicomio, vicino ad Avignone, dove Camille è stata internata per trent'anni, un tunnel dal quale non è uscita viva. L'interpretazione di Lisa è direi stupefacente, per la capacità di modulare i toni, senza neanche un cedimento. Un'energia che ti rimane dentro e non ti abbandona neanche il giorno dopo: piange, urla, si rotola, ride, scherza, aggredisce, supplica. Scrive lettere implorando aiuto ai familiari, che la lasceranno invecchiare e morire, senza poter più scolpire o rivedere i suoi gatti.

Lisa-Camille non ti lascia un momento in pace, non riesci a distrarti e o ad annoiarti neanche un secondo. Con quello che circola spesso per i teatri oggi, direi non è poco. Anche per i bassi costi della messa in scena, all'interno dell'ex-ospedale psichiatrico di Quarto (Genova), struttura commovente nella sua fatiscenza. Un luogo straordinario che anni fa rischiava di essere venduto ai privati e che, grazie alle lotte di chi si è opposto, è rimasto in mani pubbliche. Per il momento.

Quindi Camille e la sua storia dolorosa hanno ripreso vita in un luogo di sofferenza, uno dei simboli (landmarks direbbero gli americani) della città di Genova. L'ex manicomio è stato tra i primi in Italia ad applicare la riforma Basaglia. Proprio su questi spazi e sull'umanità che li attraversava ho scritto il secondo articolo della mia ormai lunga carriera. All'epoca ho conosciuto e intervistato Antonio Slavich – compagno di lotte di Basaglia - che ne è stato il direttore, dal 1978 al 1993, morto nel 2009.

Quindi una stratificazione di memorie della città, ma anche mie, perfettamente condensate in questo spettacolo che urla al mondo quante donne hanno dovuto subire l'internamento. Solo perché erano creative, non volevano sposarsi o avere figli, bastavano a loro stesse. Migliaia di persone sane, costrette dentro quattro mura per volere dei parenti, dei mariti, dei figli.

Per tornare a Lisa-Camille, all'inizio l'attrice si muove in scena vestita solo con la biancheria, poi nella seconda parte si veste con un abito rosa acceso, come se fosse pronta ad uscire dal suo personale campo di concentramento. E inforca una valigia, è pronta per tornare nel mondo. Per questo scrive lettere alla madre, che mai una volta è andata a trovarla, che è ben felice di essersi liberata di lei. Un momento straziante, perché lo spettatore sa che sono tutte speranze vane, che la via d'uscita Camille non la imboccherà mai. Chissà quante sono le opere che l'umanità si è persa. Incredibile, a pensarci oggi, che non le permettessero neanche di scolpire.

«Conoscevo Camille Claudel soltanto, e ora di questo me ne vergogno, per essere stata l’allieva, la modella, la musa e la grande passione dello scultore Auguste Rodin – racconta Chiara Pasetti, autrice di questo testo molto ben congeniato - Quando, nel 2013, ho visto le sue sculture in una mostra realizzata nell’ospedale psichiatrico francese dove era stata internata, ho capito davvero chi è stata: un’artista di grandissimo talento, che ha vissuto esclusivamente per la sua arte. Mi sono accostata alle sue opere con ammirazione e passione, e alla sua vita (e alla sua morte) con un misto di rispetto e di rabbia per ciò che ha subito. Ho deciso così di raccontare la sua storia; grazie alla regia intelligente, acuta e sensibile di Alberto Giusta e all’interpretazione caleidoscopica di Lisa Galantini ho cercato di ridare voce a questa complessa, emozionante, straordinaria figura di donna».

E ora assaggiamo insieme un piccolo stralcio del monologo, senza Lisa Galantini, però, che potrete vedere, se ve la siete persa, al Teatro Garage, giovedì 6 ottobre: «Io sono solo scultrice, e la migliore, la più grande del nostro secolo e sicuramente anche del prossimo!»

«Alle donne del secolo che verrà, piacerà molto sapere che una povera scultrice dell’Ottocento pensava che un uomo dovesse obbedire alla moglie, mentre qui sono tutte sottomesse, succubi, striscianti! Ribellatevi, almeno voi, nel futuro! Io non striscerò mai, né per un uomo né per nessuno! Io non sono un serpente, e sono libera! Tu invece, Rodin, omuncolo, tu sei prigioniero di te stesso e della tua corte di servitori, di cui sono fiera di non fare parte! Sono tutti vassalli schifosi, burattini, sanguisughe, come te! E del resto ci si circonda sempre di ciò che ci somiglia!».

Un mio amico storico dell'arte, esperto di Rodin, mi ha detto che magari intorno alla figura di Camille e al fatto che la madre non andasse mai a trovarla, si sono costruite delle leggende, però non mi ha negato il suo talento. Se ancora non vi ho convinto, il pubblico a Quarto ha applaudito per 5 minuti, e non la smetteva più.

Lisa, sei nel momento migliore della tua carriera di attrice, un momento di grazia. La vita ti ha dato un dono e lo sai sfruttare bene. Che altro importa, amica? Avesse avuto Camille la tua, la nostra libertà. Godiamocela, perché è un momento duro. Lo sai che le donne in Francia hanno paura ad uscire sole la sera? Che in tante non si mettono più le gonne corte? Che hanno tanta paura? Camille piange per la sua Francia.

Un momento duro, non deludiamola.

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