Viaggi Genova - Venerdì 29 aprile 2016

Tunisia: troppa bellezza per averne paura

Tunisia, Hammamet: le mura esterne della Medina
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Genova - La Tunisia, situata a 140 km da Marsala e da Mazzara del Vallo, è una parte dell’Italia, sia dal punto di vista geografico e geofisico, sia storico e culturale. Da sempre sono numerosi gli italiani che vivono in Tunisia e viceversa. Insomma, siamo tutti un po' tunisini.

Ho nel cuore questo Paese non solo per esserci stato più volte e averne scritto e fotografato le sue bellezze, ma anche per avere conosciuto le sue splendide e ospitali popolazioni. Sono rimasto incantato dinanzi ai suoi straordinari paesaggi e ai suoi eccezionali resti archeologici.

Ci sono ritornato recentemente con il viaggio organizzato per 180 giornalisti, blogger e agenti di viaggio dall'Ufficio del Turismo Tunisino di Milano, riscoprendo tutti gli incantamenti di quella terra profumata di gelsomino.

Tunisi si stende davanti ai miei occhi sotto un sole tiepido con i suoi palazzi storici e i grattacieli che segnano il suo costante sviluppo economico. La mia visita inizia dal Museo del Bardo, monumento alla cultura dell’umanità, che è come, sostiene l’archeologo Paolo Matthiae, un luogo simbolico dell’incontro e del dialogo tra le civiltà, anche le più diverse. Nel giardino su di un grande mosaico, che riprende lo stile di quelli esposti nelle sale del museo, leggo i nomi delle persone che qui sono state trucidate dalla violenza assurda dell'Isis e mi assale nuovamente la commozione e il dolore.

«Il Bardo è il simbolo dell'apertura della Tunisia a tutte le culture, qui c'è la collezione di mosaici romani più ricca del mondo. Isolare dall'Occidente il Paese per dominarlo era l'obiettivo dell'Isis, ma non ci sono riusciti, la società civile tunisina non lo ha permesso - mi dice Moncef Ben Moussa, Conservatore del Bardo -. I primi a visitare il museo in segno di riscatto sono stati gli stessi Tunisini, che prima delle stragi non superavano il 5% degli ingressi. I segni delle ferite inferte alla Tunisia sono ancora lì: nei fori lasciati dai proiettili su alcune teche di vetro e nella parete alle spalle dell'Apollo di Cartagine. Agghiaccianti testimoni di morte. Non abbiamo voluto cancellarli. Devono testimoniare per sempre il terrore insensato ed estraneo alla cultura del nostro Paese. Il giorno dell'attentato ero in una riunione in un ufficio adiacente con alcuni colleghi del Louvre. Ricordi terribili che non potrò mai cancellare».

Sul dolore vince la bellezza. Passo di sala in sala, rimanendo estasiato dinanzi ai mosaici e alle statue che raccontano di un tempo lontano in cui Cartaginesi, Romani, Bizantini, Vandali e Islamici hanno lasciato testimonianze di una cultura raffinata. Che ritrovo poco lontano nella grande e metafisica Piazza della Kasba. Ancora pochi passi e mi immergo nei profumi e negli odori, nei suoni e nelle voci della Medina, dichiarata nel 1979 dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità. Mi immergo nel labirinto di suq fra i sorrisi di benvenuto dei venditori che mi offrono le loro merci variopinte: spezie, datteri, olii essenziali, fez, tessuti, tappeti, saponi, gioielli, vestiti, ceramiche. Mentre nei caffè anziani e giovani bevono tè alla menta e caffè turco, fumando il narghilè con tabacco forte aromatizzato alla mela. Su tutto si eleva il richiamo del muezzin che dall’alto del minareto della Grande Moschea chiama i fedeli alla preghiera.

Con una strada ampia, scorrevole e panoramica lascio la città per visitare i centri allineati lungo la costa orientale del golfo su cui si affaccia la capitale. Improvvisi voli di fenicotteri si levano dalle lagune e dai laghi costieri fra uno sfarfallio di piume e penne rosa.

Ecco Cartagine, dove il libro della storia del Mediterraneo si fa più suggestivo e intrigante. Qui si consumò il secolare antagonismo fra la potenza cartaginese e quella romana. Strabone scrisse che la città nel suo periodo di massimo splendore raggiunse i 700.000 abitanti. La Musa celeste d’Africa, cantata da Apuleio e immortalata molti secoli dopo da Flaubert nel romanzo Salammbô, con le sue rovine mi riporta alla mente in una sorta di fantastico flashback il ricordo dello splendore di questa metropoli dove la bellezza domina sovrana. Che consiglio di visitare con attenzione partendo prima, come ho fatto anche questa volta, dal suo Museo, esempio aulico di allestimento museale.

Una manciata di chilometri fra il verde di cipressi e lecci secolari e la visione azzurra del Mediterraneo e si è a Sidi Bou Said, dove il mistico Abou Said Khalafa ben Yahia et-Temini el-Beji all’inizio del 1207 fece la base per la diffusione del sufismo. Atmosfere mistiche che sedussero, complice la bellezza del paesaggio e delle sue case tutte bianche e azzurre, nei primi decenni del Novecento anche lo scrittore André Gide e il pittore Paul Klee. Rinnovo un rito arcaico al Café des Nattes (Caffè della Stuoie) come nella mia ultima visita, bevendo l’ottimo tè alla menta con pinoli, che solo qui sanno fare alla perfezione, adagiato su morbidi cuscini variopinti in compagnia di un gruppo giovani studenti del Politecnico. Le ragazze rivendicano con orgoglio il loro primato: nel primo anno di corso sono più numerose le donne rispetto agli uomini.

Dalla parte opposta, scendendo verso sud con l’autostrada, in circa 70 km si è a Hammamet, da sempre il paradiso dei vacanzieri italiani e del resto d’Europa amanti del suo mare e del suo clima dolcissimo. Per questo sono stati costruiti moltissimi alberghi dotati di ogni confort, ma anche discoteche, ristoranti, negozi. Ma Hammamet con la sua lunga e bellissima spiaggia non è solo mare. È anche storia. Prima di tutto la sua Medina. Che ritrovo sempre più bella e affascinante. Alta sul mare, circondata da mura turrite, con le sue case imbiancate a calce che si aprono in strette e tortuose stradine. Labirinto dove perdersi, per poi salire sulle mura e sedersi a un tavolino del Salon de thé Dar Zmen a bere lentamente un tè alla menta, ammirando il caleidoscopico tramonto. Poi anche ad Hammamet c’è uno scampolo del mitico passato di questa terra. Pupput è un piccolo, ma interessante sito archeologico in riva al mare che conserva mosaici di alcune case e terme private. Anche qui intellettuali, teste coronate e uomini politici (come non ricordare Bettino Craxi che vi visse fino alla sua morte) erano di casa. La fastosa dimora costruita nel 1920 dal magnate rumeno Georges Sébastian, a 3 km a nord ovest dal centro, in stile Art Déco, circondata da un lussureggiante barco che sconfina sulla spiaggia, è oggi un importante centro culturale. Vi soggiornò anche il maresciallo tedesco Rommel durante la seconda guerra mondiale, ormai al crepuscolo del suo sogno africano.

Ultima tappa nella vicina Nabeul, l’antica Neapolis, per ammirare la creatività dei suoi artigiani, fra i migliori di tutta la Tunisia. Fabbri, tessitori, pittori su vetro, distillatori di essenze profumate, impagliatori, scultori e soprattutto ceramisti. Ma non solo. Qui si produce, fin dall’epoca romana, la tradizionale ceramica verniciata a piombo (motli) in cui la vernice verde o gialla è sempre trasparente e consente di vedere i decori tracciati con ossido di manganese.

Ecco perché siamo tutti Tunisini!

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