Attualità Genova - Domenica 12 ottobre 2014

Alluvione, Montoggio colpita a tradimento

di Federica Burlando
Piazza Balilla a Montoggio completamente ricoperta di fango
© Federica Burlando
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Genova - Pietre, macerie e fango: sono questi i biglietti da visita che accolgono chi varca le porte di Montoggio, comune della Valle Scrivia nell'entroterra ligure (qui le strade chiuse nella provincia di Genova), fra i più colpiti dagli effetti dell'alluvione che si è abbattuta su Genova e dintorni fra giovedì 9 e venerdì 10 ottobre.

Quello che, per me, era un paese al profumo di asado e trofie al pesto, meta di sagre e uscite fuori porta estive, di gite domenicali improvvisate all'ultimo minuto che stillavano spensieratezza, adesso si è rivestito di un non colore, di quel grigio fango che sembra avvolgere tutto: anche l'anima.

Sono questi i pensieri che mi hanno percorso la mente, sabato 11 ottobre, quando ho ripercorso le stesse strade che ho fatto mille volte in ben altri momenti per arrivare a Montoggio. Un paese colpito a tradimento, da quel rio Carpi, un rigagnolo di cui quasi si dimentica l'esistenza in situazioni normali, che ha deciso di uscire fuori dagli argini e di riversarsi in piazza Balilla, portandosi dietro nella sua foga, non solo detriti, ma anche le esistenze di chi su quella piazza ci è nato e cresciuto. Dal panificio, lì da tre generazioni, al bar, che proprio in questo mese avrebbe dovuto passare di mano. Chi sa che cosa cederanno adesso i proprietari. E ti viene subito da chiederti se ci sarà un domani, se ci sarà ancora il coraggio di ricominciare, soprattutto per chi ne ha già viste e passate tante nella vita.

Io che sono lì, a scattare foto, con le caviglie completamente immerse nel fango, mi sento risucchiata dall'immobilità, non solo fisica, ma anche del cuore. Perché tutto è troppo grande per essere racchiuso in un articolo o in un'immagine. Non si può raccontare il rumore dei mezzi pesanti che vanno avanti e indietro per pulire la piazza, non si può far sentire il freddo.

A fianco a me, ragazzi che avranno si e no la metà dei miei anni. Stivali, magliette e impermeabilini sporchi che si aggirano per il paese fantasma con le pale ancora sulla spalla. Armati della forza dell'età e di quel sorriso che solo a sedici anni si può avere. Che, nonostante tutto ridono e scherzano e mangiano panini al prosciutto, ritti in piedi in quello che sembra uno scenario post apocalittico. Magari insieme agli stessi amici che ti hanno visto con le ginocchia sbucciate.

E allora pensi che anche se gli adulti forse, a giusta ragione, sono stanchi perché ogni difficoltà sopportata è una ferita sul cuore, forse ci saranno loro. Quello che colpisce è vedere tutta la comunità dal più anziano al più giovane lì, attorno a quella piazza. Insieme.

Quando vengo via, sento un ragazzo sussurrare: «dai, per una volta che ho casa libera». Già: perché avere sedici anni è avere sedici anni. Sempre e comunque anche in mezzo al fango.

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