Libri Genova - Domenica 9 marzo 2014

Storia di Caterina che per ott'anni vestì abiti da uomo

di Marta Traverso
Un particolare della copertina del libro di Marzio Bargagli

Martedì 11 marzo, alle 17.45, presso la Sala del Minor Consiglio di Palazzo Ducale, viene presentato il libro Storia di Caterina che per ott'anni vestì abiti da uomo di Marzio Barbagli (Il Mulino, 2014, 260 pp, 16 Euro).
Oltre all'autore, interverranno la filosofa Nicla Vassallo e la sociologa Chiara Saraceno.

Genova - Giugno 1743. Giovanni Bordoni è un cameriere molto stimato per l’estrema diligenza che mette nel suo lavoro, a servizio da quasi otto anni presso il governatore di Anghiari. La passione per le donne e le numerose amanti sono la sua unica pecca, su cui però viene chiuso un occhio. Il ragazzo, venticinque anni circa, viene aggredito mentre tentava la fuga con la sua ultima conquista e la sorella di lei: le ferite sono troppo gravi, Giovanni muore all’ospedale di Santa Maria della Scala. Quando gli inservienti spogliano il cadavere, scoprono che Giovanni in realtà è una donna.

Comincia da qui la storia (vera) di Caterina Vizzani, che il medico e studioso Giovanni Bianchi ha reso nota in un volume pubblicato nel 1744, tradotto in diverse lingue e che Marzio Barbagli ripropone in Storia di Caterina che per ott’anni vestì abiti da uomo. Al testo dell’opera di Bianchi si affianca il tentativo di dare un fil rouge ai frammentari documenti che, nel corso dei secoli, hanno definito l’orientamento sessuale e l’identità di genere da un punto di vista medico, giuridico, religioso.

Frammentari non solo per comprensibili ragioni di censura o di morale religiosa, ma anche perché le principali discipline che oggi compongono i gender studies (antropologia, psicologia, sociologia, eccetera) hanno iniziato ad affermarsi solo un secolo dopo la morte di Caterina. Consideriamo questo fatto: la parola omosessualità è stata usata per la prima volta nel 1869 dal letterato prussiano Karl-Maria Kertbeny, che ha poi introdotto i termini eterosessualità e bisessualità per meglio distinguere le altre due forme di orientamento sessuale. Il primo testo scientifico che parla esplicitamente di omosessualità risale alla fine dell’Ottocento.

Caterina non poteva dire di se stessa «sono lesbica» o «sono una donna omosessuale», perché queste parole non esistevano nel vocabolario italiano. Non esistevano Arcigay, Arcilesbica e la miriade di associazioni, mailing list e circoli che oggi consentono a donne come lei di non ritenersi «l’unica al mondo così». Per le donne che avrebbero voluto essere uomini ben oltre l’abbigliamento, non esisteva alcuna possibilità di intervenire sul proprio corpo. Giovanni Bianchi ha provato, con estrema lungimiranza, a scavare nel profondo di quella che oggi chiamiamo psiche per capire «perché si innamorava delle persone del suo stesso sesso e solo di loro». Resta tuttavia un mistero il come tutte le Caterina di quei tempi definissero se stesse.

Prima che la comprensione dell’essere umano diventasse scienza, sono state diverse le spiegazioni del perché alcune donne fossero inclini a comportamenti sessuali innaturali. Una certa conformazione delle mani. L’essere cresciute in un Paese dal clima mediterraneo, dove le temperature più alte accentuano l’inclinazione alla lussuria. Sbalzi improvvisi della temperatura basale quando si è ancora nell’utero materno. Una clitoride ipertrofica. Quest’ultima opzione, che oggi conosciamo come intersessualità e che non ha nulla a che vedere con l’essere gay o lesbica o bisessuale, fu la più accreditata fino ai primi del Novecento.

Il travestitismo, invece, parte da tutt’altre ragioni. Periodo di Carnevale a parte, in cui lo scambiarsi d’abito tra uomini e donne era piuttosto comune, la scelta di indossare abiti maschili era spesso motivata da ragioni economico-sociali. La fuga da una situazione familiare difficile, da un contesto di violenza, da un matrimonio combinato o dalla povertà, sapendo che un uomo che si sposta da solo dà meno nell’occhio. Il desiderio di svolgere una professione a esclusiva prerogativa maschile: carpentiere, cuoco, venditore, garzone, fin anche al volersi arruolare nell’esercito. Avvicinare un uomo di cui si è innamorate, per conquistarne la fiducia ponendosi al suo pari (ricordate La dodicesima notte di Shakespeare?). Infine, mascherare di fronte alla società una relazione o convivenza con un’altra donna.

Anche se la Bibbia lo condanna apertamente (Deuteronomio 22,5 «La donna non si metterà un indumento da uomo né l'uomo indosserà una veste da donna; perché chiunque fa tali cose è in abominio al Signore tuo Dio»), fa riflettere un episodio avvenuto subito dopo la morte di Caterina Vizzani, prima che il testo di Bianchi venisse pubblicato. Stabilito che sul corpo ancora portava (cito testualmente) «un imene intatto e bellissimo», si mosse una forte devozione popolare nei confronti della ragazza, che pur di conservare la propria castità e non essere avvicinata dagli uomini aveva scelto di assumere un’identità maschile. Beata ingenuità.

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