Teatro Genova - Giovedì 6 marzo 2014

Chiara Stoppa: «Ho fatto della mia malattia uno spettacolo»

Chiara Stoppa nel Ritratto della salute

Genova - «Dopo varie linee di chemio e radio terapica, la situazione non migliorava. Non restava che un trapianto di midollo. La mia malattia, un tumore del sangue piuttosto raro, forse il linfoma di Hodgkin ma forse anche no, normalmente è molto curabile. L'80% guarisce, solo il 20% muore. Visto che le terapie non avevano funzionato, telefonai alla dottoressa e le chiesi se rientravo in quel 20%. Lei mi disse: Tecnicamente sì».

La necessità di raccontare questa storia autobiografica tanto complessa e forte non nacque dopo quella telefonata, ma molto prima - spiega l'attrice Chiara Stoppa - in scena con Il ritratto della salute, tratto dalla sua storia autobiografica, al Teatro Altrove venerdì 7 e sabato 8 marzo, ore 21. «Ho sempre desiderato scrivere questa storia, perché mentre la vivevo succedevano delle cose troppo strane». La stanchezza durante la fase acuta, però, era tanta e forse anche la confusione, la frenesia, le tante voci che si sovrappongono, l'entrare e l'uscire da ospedali, centri prelievi e ambulatori. Stoppa prende appunti durante questa esperienza, ma è solo quando ne esce che si pone la questione di cosa scrivere: un diario, un romanzo, una testimonianza?

Nel frattempo la sua storia di malata e guarita entra in circolazione tra amici, parenti e conoscenti ma anche perfetti sconosciuti che vivono situazioni simili alla sua o sono accanto ad altre/i che sono loro malgrado protagoniste/i. «Mi sono trovata centinaia di volte a incontrare persone malate o vicine a malati. Io non ho la soluzione, io ho il mio pensiero. Non prendo mai posizione contro questa o quella terapia, racconto della mia scelta. Certo se mi chiedi personalmente, a tu per tu, della medicina tradizionale, ti dico che non ci credo, ma questo è parte del mio percorso personale, delle mie esperienze e delle mie scelte: perché la guarigione passa per un cambiamento. Quello che ho fatto non ha niente di incredibile. Quando mi hanno proposto come unica possibilità un trampianto di midollo sperimentale, con mia sorella come donatrice, non me la sono sentita. Non volevo. C'era una percentuale di morte altissima. Non volevo che mia sorella si sentisse responsabile per sempre. Diedi una festa un giorno con gli amici. Chiesi a tutti cosa avrebbero fatto nella mia situazione. Tutti avevano la loro opinione. Ma mi resi conto allora che la cosa era troppo grossa e l'unica possibilità era che mi fermassi e decidessi io sola. Era una scappatoia chiedere agli altri. Non volevo entrare in una stanza d'ospedale sapendo che forse non ne sarei mai più uscita».

Una storia così intensa e drammatica ha una sua urgenza intrinseca, ma cosa la rende una bella storia per il teatro? Al di là del sentimento di empatia? Al di là del riconoscere nell'attrice la malata? «È bella perché con Mattia Fabbris, mio amico e collega dell'ATIR, l'abbiamo scritta per il teatro. E poi perché come disse il poeta Rainer Maria Rilke al giovane poeta che gli scriveva per avere dei consigli: "Lei domanda se i suoi versi siano buoni. Lo domanda a me. Prima lo ha domandato ad altri. ... Ora, poiché mi ha autorizzato a consigliarla, le chiedo di rinunciare a tutto questo. Lei guarda all’esterno, ed è appunto questo che ora non dovrebbe fare. Nessuno può darle consiglio o aiuto, nessuno. Non v’è che un mezzo. Guardi dentro di sé. Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere? Questo soprattutto: si domandi, nell’ora più quieta della sua notte: devo scrivere? Frughi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta". La scrittura è buona solo se muove da un'esigenza fortissima. La mia la era. E coincideva con quel bisogno che avevo riscontrato in chi mi ascoltava: dare speranza, aiutare a capire, ascoltare la propria malattia. Non mi è mai piaciuta l'espressione lotta contro il tumore, perché finisce per tradursi in una lotta contro se stessi, lotta che non può portare a molto. Personalmente il grosso del lavoro l'ho fatto con la psicoterapia e poi mi sono informata, ho letto molto, sì certo anche il dott. Hamer che cito, senza nominarlo esplicitamente nello spettacolo».

Franca Valeri ha scritto di questo spettacolo: «Un giorno Chiara è venuta a trovarmi. Si è seduta sul mio letto e mi ha recitato il suo “Ritratto della salute”. Una tragica esperienza personale in un monologo che, con una comicità disarmante, ci infligge una profonda e sobria commozione». Come l'hai conosciuta e in che fase della preparazione del lavoro l'hai incontrata? «L'ho conosciuta nel 2003, abbiamo lavorato insieme per un anno e mezzo nella produzione del Teatro Eliseo de Il giocatore di Goldoni. Ho avuto una grande fortuna: ho fatto con lei tutte le prove e una lunga tournée. E poi ci siamo subito molto legate: andavamo spesso a cena insieme. Nel 2005 mi sono ammalata, lei mi chiamava sempre, era di nuovo in uno spettacolo dell'Eliseo. Qaundo nel 2009-10 ho deciso di mettere in scena la mia storia, che era stata lunga complessa e tormentata, tre anni circa, la prima persona a cui la lessi fu lei. Casualmente era in tournée a Milano mi invitò nella sua stanza d'albergo era con la sua sarta, Maria Rita, come sempre. Seduta sul lettone gliela lessi. Rimase in silenzio per tutto il tempo. Alla fine disse: "Questo sì che è teatro". E fu proprio lei a trovarmi le prime date al Teatro la Cometa di Roma in una rassegna per opere non ancora rappresentate. Le prime tre repliche sono state forse le più brutte, all'inizio era molto difficile per me. Ricordo che venne anche Sabina Guzzanti a vedermi una sera e ne scrisse bene sul suo blog. Una settimana dopo saltarono fuori altre tre repliche. E da lì in poi siamo arrivati a 70 repliche che non sono moltissime ma la fortuna è che questo spettacolo lo porta nei teatri ma anche ovunque me lo si chieda: nelle case, nelle parrocchie, in università, l'ho fatto nell'aula magna di Medicia e di Psicologia. La sua forza è il testo».

La scrittura è stata il frutto di un dialogo e un intenso lavoro di scrematura in compagnia di Mattia Fabbris. «Scrivere la storia mi ha aiutato a tornare ad essere attrice e in qualche modo a staccarmene. Anche se ogni volta la rivivo. Il problema però restava. Ne ho parlato con Mattia un giorno, perché avevo letto dei suoi racconti teatrali e sentivo i suoi personaggi molto vicini. Lui mi rispose: "Parliamone". Ci siamo isolati in montagna per tre giorni. E l'abbiamo scritto quasi tutto. Il come del racconto c'era, perché avevo intenzione di utilizzare la mia maniera ironica. Restava il problema del cosa. Il materiale era vasto. Però ci siamo presto resi conto che più entravo nel particolare della mia esperienza, più mi soffermavo sui dettagli, più tutti avevano la possibilità di riconoscersi, più la storia diventava universale e epica».

Sei guarita completamente ora? «Sì. Dal 2008 sono rimasta sotto stretto controllo medico. Da dicembre 2013 sono passata di grado e ora il controllo è solo annuale. Le masse che avevo nel petto di 19 centimetri ora sono solo residui di millimetri. Sono le mie cicatrici, cicatrici interne».

E il prossimo spettacolo? «È sulla vita e sulla morte. Questo grande tabù di cui è necessario parlare. Il titolo ce l'ho già: Testa o croce. È strano a dirlo ma ho avuto la fortuna di stare accanto a un'amica fino all'ultimo passaggio, ora vorrei riuscire a mettere a fuoco anche questo con tutta la naturalezza che richiede».

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