Libri Genova - Venerdì 28 giugno 2013

Jón Kalman Stefánsson, intervista allo scrittore islandese

di R.M.
Jón Kalman Stefánsson

Pubblichiamo in questa pagina un'intervista allo scrittore islandese Jón Kalman Stefánsson che ieri, giovedì 27 giugno, è stato ospite della Fondazione Bogliasco di Pieve Ligure (Giardino di Villa dei Pini, via Aurelia 2) per il primo incontro del Festival degli Scali a Mare, nell'ambito della stagione estiva 2013 di Teatri Possibili Liguria.

I prossimi incontri del Festival degli Scali a Mare sono con Moni Ovadia, che legge il Canto XXI dell'Odissea (martedì 16 luglio, ore 21; Pieve Ligure, Scalo Torre) e con Bjorn Larsson, che presenta il romanzo La nuova avventura del Pirata di Long John Silver, Iperborea Edizioni, in dialogo con Sergio Maifredi e Andrea Nicolini (venerdì 23 agosto, ore 21; Pieve Ligure, Scalo Chiappa).

Per info: www.teatripossibililiguria.it / iperborea.com

Genova - La Natura, così nuda e potente, è sempre una presenza importante nei suoi romanzi, pensa che questo rapporto così stretto con la Terra, con il Mare e con il Cielo faccia parte della sua identità islandese?
«Per capire l’Islanda bisogna capire la Natura, la storia del mio paese per forza di cose è anche la storia della sua natura, dei suoi vulcani, delle eruzioni, dei geyser, delle sue coste. Penso al nostro clima, che non segue mai una logica fissa. La nostra storia è sempre stata quella di una lotta contro la natura, una storia di sopravvivenza. Certo molto bella, ma anche molto crudele. Qualcosa così potente che mi è impossibile non parlarne».

Come e quando è nata l’idea per la storia Luce d’estate ed è subito notte?
«Non credo che nessuno dei miei libri derivi da una sola idea. Molte delle mie cosiddette idee sono per lo più un disordinato miscuglio di pensieri, emozioni e qualche riflessione. Così quando inizio a scrivere non so mai dove la scrittura mi porterà; ma allo stesso tempo, forse, io conosco il perché. Avevo già scritto cinque romanzi, quando ho iniziato Luce d’estate e volevo provare qualcosa di nuovo. Tutti i cinque i libri erano stati scritti in prima persona - e questo era la prima cosa che volevo cambiare. In un primo tempo avevo pensato di scrivere una breve storia sulla prima volta in cui ho lavorato in un macello: avevo 15 anni. Pensavo soprattutto di riprodurre l'atmosfera di quelle settimane. Così mi sono seduto e ho cominciato. E se ricordo bene – il che è alquanto improbabile – il personaggio principale del romanzo, l'Astronomo, prese immediatamente vita, e iniziò a sognare in latino. E chiesi a me stesso: chi è? E perché sta sognando in latino? E continuai a scrivere, cercando di scoprirlo. Così a volte tendo a credere che ho scritto Luce d’estate per cercare di capire la prima riga del libro».

Le sue storie sono sempre quelle delle persone comuni, e anche in Luce d’estate ed è subito notte i personaggi sono gli abitanti di un piccolo villaggio islandese di quattrocento anime, lontano da ogni cosa, lontano dalla città e dal mondo occidentale: cosa l’affascina e l’attrae di queste persone?
«È nella gente comune che si nasconde ciò che comune non è: i sogni più grandi e i dolori più profondi. Mi piace descrivere uomini poveri ma epici. Nel periodo che descrivo nella Trilogia di Paradiso e inferno (anni non definiti a fine Ottocento, ndr) ad esempio non esistevano classi o distinzioni, c’era chi stava un po’ meglio degli altri ma in genere erano tutti molto poveri, però amavano leggere. Nessuna sorpresa dunque che un pescatore leggesse Milton o Shakespeare. Tra i più giovani, uomini e donne, la tensione era rivolta verso il punto più alto, le stelle… Anche in questo romanzo accade la stessa cosa anche se è ambientato ai giorni nostri: nel villaggio le persone sono povere e vivono in modo semplice, le loro necessità sono quelle del corpo, delle pulsioni, dei sentimenti ma anche della sopravvivenza. Le persone amano, soffrono, lottano ma al tempo stesso sognano e si vorrebbero, come l’Astrologo, astrarsi al di sopra del cielo e occuparsi dei grandi temi dell’Universo. È un mondo forse perduto ma grandioso, poetico, pieno di grandezza».

Confrontando questo romanzo alla Trilogia di Paradiso e Inferno, in effetti il lettore si troverà immerso in un mondo nuovo: come dicevamo un piccolo villaggio abitato da gente semplice, ma anche un mondo pieno di vita, passioni, amore, desideri, corpi, felicità e dolore, molta più vita e molta più carnalità che negli altri suoi romanzi. Quale mondo ha voluto raccontare? Ha scritto Luce d’estate prima della Trilogia, ma qual è la connessione tra questi due mondi?
«Non sono sicuro di cosa colleghi questi due mondi, a parte il fatto che sono stati entrambi creati da me. Sembra però che in entrambi ci siano molte persone che hanno qualche difficoltà a vivere la loro vita, a scoprire ciò che vogliono e verso quale direzione vorranno o dovranno dirigersi. E qualcuno potrebbe forse vedere una connessione o un legame tra alcuni dei miei personaggi: Elisabet in Luce d’estate e Geirthrudur nella Trilogia hanno qualcosa in comune. Due caratteri forti, due donne che cercano di ritagliare uno spazio per se stesse in un mondo di uomini. Ma io suppongo che in quel momento (nel 2001), dopo essermi occupato per molto tempo di tematiche più astratte e filosofiche, volevo scoprire cosa fosse la vita, la passione, la morte; e scrivere di quanto fosse difficile, a volte, vivere per un essere umano, uno qualunque, cercando di essere una brava persona, di avere una vita dignitosa, pur essendo allo stesso tempo un essere così imperfetto in un mondo davvero imperfetto».

Lei ha fatto molti lavori in passato (il postino, il bibliotecario, il pescatore, il bracciante in un macello): queste esperienze l’hanno influenzata durante la scrittura di alcune delle storie di Luce d’estate?
«Spesso dico che ero arrivato a una fase abbastanza matura della mia vita e non sapevo ancora che farne, così, invece di andare alla scuola superiore, ho fatto diversi lavori, mentre cercavo di scoprire cosa sarebbe stato della mia vita. Ma tutto quello che si fa o si sperimenta nella vita influenza uno scrittore, per non parlare poi se queste esperienze appartengono agli anni della propria formazione. In origine Luce d’estate avrebbe dovuto riguardare principalmente la vita nel macello (e la morte, ovviamente); quindi chiaramente quel lavoro mi ha influenzato in qualche modo. Ma, ripeto, il libro non parla del macello, tratta di molti altri argomenti (o almeno spero ...): riguarda, per esempio, il nostro tempo, il tempo moderno, e quello che ci sta facendo e come ci sta cambiando. Il mondo degli esseri umani, la nostra civiltà, è per molti versi davvero assurdo, un manicomio, una commedia e una tragedia al tempo stesso. E a dire il vero, penso che non sia un bene per ogni scrittore capire il mondo, perché la scrittura dovrebbe cercare una risposta, un senso, e se uno scrittore si accorgesse davvero di quanto, beh, pazzo e assurdo il mondo dell'uomo sia, metterebbe via la matita, spegnerebbe il computer, si alzerebbe in piedi e inizierebbe a cantare una ninna nanna, come un bambino o un vecchio pazzo».

C’è una relazione profonda tra i suoi romanzi e la poesia…
«Ho pubblicato tre raccolte di poesia molti anni fa e ancora penso come un poeta, ma oggi non riuscirei più a scrivere in versi, non credo che fosse il genere più congeniale. Ma amo la poesia, la poesia è ambigua e allo stesso tempo emozionale, è forse la forma più profonda d’espressione: porta una nuova e diversa complessità di senso, commuove e destabilizza il lettore, lo colpisce nel profondo forse più di ogni altra forma artistica, a parte la musica. Ma questo non significa che la scrittura per me sia un esercizio di stile. Io scrivo come respiro».

Le parole, i libri, la letteratura. Lei parla spesso del potere della parola...
«La letteratura è sempre stata importante in Islanda, e alla base della nostra stessa idea di nazione c’è sempre stata la parola. Il nostro è un paese così piccolo e isolato che ha sempre fondato la propria identità sulla nostra lingua, l’islandese, che non a caso è oggi ancora incredibilmente simile a quella delle saghe medioevali composte tra l’inizio XII e la fine del XIV secolo. Non possediamo un esercito ma con l’islandese e con la poesia islandese abbiamo combattuto la nostra lotta d’indipendenza contro la Danimarca, e con le saghe abbiamo riempito per centinaia di anni i giorni senza luce dell’inverno, nelle semplici case di campagna dove i contadini dormivano tutti nella stessa stanza. In Islanda la letteratura può e deve fare quel che ha sempre fatto: farti capire che non sei solo e che la vita è qualcosa di molto più grande dell’uomo; farti domandare come e perché le cose succedono; indicarti nuove direzioni e far porre alla gente le domande per capire chi veramente siamo».

Può dirci qualcosa riguardo all’uso dell’umorismo e del grottesco in Luce d’estate?
«Beh, no, onestamente non posso! Magari potessi – una persona sembra così saggia se riesce a spiegare o rispondere a domande come questa. Purtroppo io sono troppo semplice, o, in altre parole, non uso l’umorismo e il grottesco in modo consapevole. Che dire, semplicemente arriva: è nell’aria. E ho la sensazione che quello sia il suo posto. Ma Luce d’estate era in un certo senso la mia lotta contro il materialismo estremo, che soffoca le nostre menti, che allontana la pura felicità da noi, che semina avidità e quindi costante ingordigia; ci rende insaziabili. Se il diavolo esiste, è sicuramente un maestro nel marketing. E uno dei modi migliori per combattere contro il materialismo e l’avidità dell'uomo è attraverso l'umorismo. Quindi - sorridete per me!»

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