Attualità Genova - Martedì 12 marzo 2013

Banff Mountain Film Festival: l'avventura sbarca a Genova. L'intervista a Marcello Cominetti

di Marta Trucco
Una foto dal film 'Reel Rock 7: Honnold 3.0'
© Peter Mortimer
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È già iniziata la prevendita dei biglietti per la serata del 25 marzo al Corallo dedicata alla rassegna di alcuni film provenienti dal Banff mountains film festival, il festival più seguito al mondo sul tema del viaggio e dell'avventura che da 37 anni ha luogo nel piccolo paese di Banff a ridosso delle Montagne Rocciose, in Canada.

Due ore di filmati dal ritmo mozzafiato, spettacolari per immagini, qualità delle imprese e tipologie di avventura che vi si raccontano. Protagonisti giovani atleti di ogni dove, in costante sfida con se stessi e alla ricerca di un limite da superare, capaci di immaginare prima e di realizzare poi imprese sportive sempre più stupefacenti.

Uno per tutti Alex Honnold il ventisettenne californiano di Sacramento specializzato in free-solo, arrampicata in velocità, che ha realizzato il concatenamento in tempo record, da solo e senza corda, di tre tra le più ardue vie di scalata nel parco di Yosemite: il Mt Watkins, El Capitan e l'Half Dome. 

Tutto esaurito a Milano per la prima serata, il 6 marzo scorso. «Siamo molto soddisfatti», dice Alessandra Raggio, organizzatrice dell'evento in collaborazione con l'associazione no profit Alt(r)ispazi che si occupa di diffondere la cultura dello sport e della montagna e Sportmaker. «Il pubblico era entusiasta, elettrizzato, ciascuno incollato alla propria sedia, e si respirava un'atmosfera calda propria di quando si condividono emozioni molto forti».

Genovese, 47 anni, una passione per la montagna coltivata insieme al marito, è stata Alessandra Raggio di professione consulente editoriale, a impegnarsi per fare entrare l'Italia nella vasta community internazionale che compone il Banff Mountains Film Festival world tour – 395 città in oltre 35 paesi.

«Stiamo lavorando per fare altri due eventi a Lecco e a Bergamo quest'anno, e per raddoppiare il numero di serate in Italia nel 2014», dice Alessandra Raggio. «Il nostro obiettivo? Uscire dal quotidiano, aprire nuovi orizzonti e dare spazio ai sogni che ciascuno cova dentro di sé».

Vi proponiamo l'intervista alla Guida Alpina genovese Marcello Cominetti, che racconta la sua passione per la montagna e l'alpinismo.

Genova - Marcello Cominetti, genovese, 51 anni, ha scelto di vivere in montagna per passione e ha fatto della sua passione il suo lavoro: è Guida Alpina, porta gli appassionati, estate e inverno, su e giù per montagne di ogni dove.

È uno che di vuoto, di limite, di paura se ne intende. Ha aperto parecchie vie di arrampicata nelle Dolomiti e in Sardegna, roba difficile mai banale; ha raggiunto diverse cime dall'Himalaya alle Ande; è stata la prima Guida a portare un cliente in vetta al Fitz Roy, in Patagonia, una delle montagne più difficili del mondo. Ma è anche uno che non ama tanto parlare di sé perché oltre a avere un carattere non facilissimo (lui si definisce schietto), preferisce stare lontano dai riflettori.

Hai lasciato Genova per andare a vivere nelle Dolomiti. Cosa è per te la montagna?
«La montagna è semplicemente la natura: quell'insieme di cose a cui ognuno di noi è istintivamente e indissolubilmente legato. La maggior parte delle persone si sforza di civilizzarsi, e poi soffre. Io sono un codardo e schivo le fatiche che mi sembrano inutili. Assecondo il mio istinto e mi sento comodo e in equilibrio con tutto».

Cosa serve per andare in montagna: talento, dedizione, passione?
«Soprattutto passione. Per fare alpinismo a un certo livello, occorre anche la voglia di mettersi alla prova e una buona dose di spirito di ribellione. Però come scrive Messner, la fonte rinfresca chiunque dai monti scende a valle: l'alpinista, il mite passeggiatore e il semplice contemplatore».

Fare sport estremo cosa vuol dire?
«Questa è una contraddizione di termini abusata dai media e da chi non sa di che cosa si parla. Lo sport è codificato e quindi contiene una dose di rischio in valore modesto e comunque sempre calcolabile. Quello che è estremo non è sport».

Come definisci allora le imprese di uno come Alex Honnold che scala in free solo (solo e senza protezioni) su pareti altissime e che detiene il record di velocità su vie difficilissime?
«Se stiamo parlando di rischio, sono convinto che rischia di più un alpinista della domenica mal preparato, insicuro e con poca esperienza, su un itinerario facile, che un atleta come Alex Honnold slegato sul Nose (la via di 1000 mt su El Capitan in Yosemite). Penso che quando uno fa certe cose, è perché una voce dal suo interno gli dice che quella è la cosa giusta da fare, se non invade l'altrui libertà. È chiaro che Honnold e quelli come lui sono atleti formidabili, che arrivano a superare quello che prima era considerato il limite, grazie a un grandissimo talento, alla totale dedizione e a una completa consapevolezza di sé che gli permette di gestire la situazione e la paura».

Cosa è la paura?
«Il segnale che il tuo cervello ti manda quando il tuo equilibrio interiore inizia a vacillare e ti dice: occhio che puoi commettere un errore».

Ora che hai superato i 50, sei cambiato rispetto all'andare in montagna?
«Ho più esperienza ma anche tempi di recupero più lunghi. Ho meno impeto ma anche idee più raffinate. E un certo alpinismo mi sembra sempre la cosa più bella che si possa fare in questo mondo incatenato e noioso. Cerco di insegnare ai miei figli che abbiamo una dignità prima come persone e poi come amanti della natura. La natura è stata e continua ad essere la scuola dove vado ogni giorno senza maledire il suono della sveglia. E so che mi insegnerà ancora tante cose».

Ci sono cose che non rifaresti?
«No. Mi sono sempre divertito. Rifarei tutto da capo».

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