Libri Genova - Martedì 19 giugno 2012

Filippo D'Angelo e il suo romanzo La Fine dell'Altro Mondo. L'intervista

di Federica Ferraris

Genova - Ritratto di una generazione. Incorniciato tra agi e decadenza. Una vita dissoluta, a tratti immorale, mascherata dal perbenismo di un bravo ragazzo. Che poi così bravo non è. Ludovico, il protagonista del romanzo La Fine dell’Altro Mondo (Minimum Fax, 2012, 336pp, 15 Eu), si aggira per la Genova bene di Carignano e Albaro, alla ricerca di alcol e sesso facile. Mentre a poche centinaia di metri infuriano le battaglie di pietre e sangue per il G8. È il 2001, anno di cambiamenti sociali profondi, e Ludovico vive la sua personale apocalisse da camera, semplicemente disturbato da quei cambiamenti nel quale il mondo, quello reale, è impegnato.

Un dramma generazionale, sullo sfondo di un dramma sociale. I tumulti nelle strade e quelli che contorcono le viscere di un giovane che ha tutto, ma non vede niente. Unico comune denominatore, il fallimento. Ma il romanzo si ispira alla tradizione borghese di inizio Novecento, e quindi Genova e i suoi drammi targati 2001 non sono altro che vuota scenografia alle vicende del protagonista, ventottenne rampollo di buona famiglia, semi alcolizzato, che non trova né nei suoi familiari, né nei coetanei l’appiglio necessario per riscattarsi. Un tracollo personale che è quello di una generazione.

Temi difficili quelli affrontati da Filippo D'angelo nel suo romanzo d’esordio. Temi che però l’autore ha conosciuto in prima persona, facendo parte della generazione che racconta, senza cinismo, ma con sagacia e precisione, inseguendo Moravia. Con un pizzico di erotismo.

Perché hai scelto di ambientare il tuo romanzo a Genova?
«Volevo ambientare la storia nel clima politico di cambiamento legato al G8 e all’11 settembre. Per questo la scelta di Genova è stata naturale. Ma non l'ho scelta per la città in sé. Naturalmente conosco molto bene la città, avendoci vissuto a lungo».

Il 2001 è stato un anno di cambiamenti, soprattutto tragici, per la nostra società. Nel romanzo quell’anno rappresenta la definitiva disfatta di Ludovico, il protagonista. In che modo le due cose si legano?
«La discesa agli inferi di Ludovico è causata da motivazioni sue private, ma in un momento storico di catastrofe. Questo concetto è ripreso nel titolo del romanzo: L’Altro Mondo non è solo il fantomatico romanzo di Cyrano de Bergerac, ma è anche un gioco di parole che indica un movimento che proprio in quel periodo si è spento: quello dei No Global, il cui slogan era appunto Un Altro Mondo è Possibile».

Com’è la Genova che descrivi nel romanzo?
«Il protagonista è un personaggio di invenzione, e quindi non è rappresentativo. Così come l’ambiente sociale e gli altri personaggi sono una visione fantasiosa e personale della realtà. Quella che ho creato è una realtà romanzesca. E Genova si inserisce in questo contesto: è una città creata per una trama letteraria, e fa da scenografia alle vicende che coinvolgono il protagonista».

Forse vivere lontano dalla tua città ti ha aiutato ad avere uno sguardo esterno su Genova?
«Abito lontano da Genova da tanti anni, e questo mi ha permesso di avere quel giusto distacco necessario per la mia costruzione letteraria. Non ho tralasciato gli aspetti di chiusura che la caratterizzano. Sono aspetti poco affrontati quando si parla di Genova in letteratura: di solito tra le sue vie sono ambientati per lo più romanzi gialli, non sociali o psicologici».

La tua storia e quella di Ludovico spesso coincidono. Il protagonista può definirsi un personaggio autobiografico?
«Direi di no. Il mio intento era quello di rappresentare una generazione: la mia, per l'appunto. Quindi sì, con Ludovico condivido l’età e quindi alcune esperienze. Volevo però raccontare il destino di una fascia anagrafica. Poi è vero che entrambi lasciamo Genova, ma in momenti diversi della nostra vita e per ragioni differenti. Volevo creare un personaggio che fosse esemplificativo, anche se non nell’accezione semplicistica del termine».

Quindi chi è Ludovico? Un buono o un cattivo?
«Direi che è più un eroe negativo. È un personaggio che vive dei suoi tratti negativi per avere pregnanza letteraria».

Torniamo a Genova. Hai lasciato la sua città e anche Ludovico la abbandona, per ritrovare un po’ di pace interiore. Genova è quindi una città da cui scappare?
«Genova non è una città da lasciare, bensì è una città che può spingere ad andarsene. È un dato di fatto, ma è quello che succede in molte città italiane. La maggior parte dei miei conoscenti e amici hanno lasciato la città e, nel romanzo, volendo appunto cercare di raccontare una generazione, era naturale che anche il protagonista se ne andasse».

Se il rapporto con Genova è naturale, per il protagonista quello con i genitori è molto difficile...
«L’odio tra padri e figli non l’ho sperimentato in prima persona. Però, sempre tra i miei coetanei, mi sono reso conto che è una costante generazionale. L’apatia, l’indifferenza dei genitori crea un rapporto distante coi figli e rafforza i legami tra i fratelli e le sorelle, che può spingersi fino al limite. Ho sempre pensato che fosse una condizione familiare che andava approfondita e raccontata. Per questo ho scelto questo contesto difficile per l’ambientazione familiare del mio romanzo».

E di te cosa ci racconti?
«Ho vissuto a Genova fino al termine del liceo. Ho frequentato il Colombo, del quale conservo un buon ricordo. Poi mi sono trasferito a Pisa, dove ho frequentato la Normale studiando Lettere e approfondendo lo studio della letteratura francese, attraverso un dottorato. Terminata la specializzazione, ho incominciato a ricevere i primi incarichi come insegnante di letteratura francese in Francia. Ho insegnato a Grenoble, poi a Limonge e infine a Parigi, all’Università Paris III. I miei studi hanno sempre mirato all’approfondimento della letteratura francese del Seicento e Settecento, con particolare attenzione per la letteratura libertina».

Però le radici della Fine dell’Altro Mondo sono ben piantate nella letteratura italiana più recente. Mi viene in mente Moravia, per esempio.
«È così: l’humus letterario del mio romanzo è da ricercarsi proprio nella letteratura italiana del primo Novecento e nella tradizione letteraria del romanzo borghese. Soprattutto i primi libri di Moravia mi hanno colpito molto, e credo abbiano segnato la stesura di questo mio romanzo».

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