Cinema Genova - Giovedì 2 settembre 2010

'Destinazione Isola di Wight', il nuovo libro di Antonio Oleari

di Riccardo Storti

Genova - Si può raccontare il concerto dell'Isola di Wight attraverso un romanzo? Sì, purché l'argomento non sia semplicemente un pretesto. In ogni buon romanzo storico, va da sé che la macrostoria sia un addittivo funzionale - pur non secondario - alla microstoria scaturita dalla fantasia narrativa dello scrittore. Insomma: che nella Storia ci sia una storia di eventi minimi e personaggi.

Un compito non facile per il coraggioso Antonio Oleari che, reduce da due brillanti saggi (uno sui New Trolls, l'altro su Demetrio Stratos), prova ad indossare la veste del narratore con Destinazione Isola di Wight (sempre per Aereostella). Avrebbe potuto dare alle stampe una precisa ricostruzione (anche critica) di un episodio cardine della storia del rock (appunto, il raduno all'Isola di Wight del 1970). Invece no, si è fidato dell'intuito e ha dato voce ad un io narrante - un ragazzo del 1952, Alex, pronto a fare rivivere quell'estate di quarant'anni fa.

Sì, il prestesto c'è, ma è al contrario. La performance è il terminale di un viaggio attraverso la Francia e l'Inghilterra di un quasi ex adolescente nel pieno della sua crescita in un'epoca critica, di pressanti passaggi.

Non un romanzo generazionale, ma sicuramente di formazione (quello che i Tedeschi chiamano Bildungsroman), anche in questo caso a ritroso. Se nell'Ottocento erano gli Anglosassoni a scendere da noi per formarsi attraverso le sacre vestigia classiche della nostra terra; alla fine degli anni Sessanta sono alcuni ragazzi italiani che salgono (e salpano) verso la patria del rock ma sempre per formarsi. L'Aroldo di byroniana memoria arrivava da noi fremendo nell'attesa di gustare i capolavori di Giotto, Raffaello et alia; Alex non vede l'ora che la performance cominci per vivere i Jethro Tull, Hendrix e i Doors.

Ma le insidie si sommano. Un altro rischio si chiama stereotipia, ripetere luoghi comuni anche figurati di quell'era: la vita comunitaria, il trip, lo scontro padri-figli. E il calcolo dei dialoghi per cui, se non prendi bene le misure, finisce che la tua forma si allaghi di retorica e addio. Per fortuna Oleari (nato nel 1985) possiede il distacco naturale della non esperienza sul campo per potere spezzare alcune pericolose catene, capaci di bloccare il meccanismo narrativo. Così scopriamo che Alex è diverso perché di colore, figlio di una madre protofreak e di un padre - perso on the road - musicista jazz. Ovvio che con simili presupposti l'evoluzione del personaggio non è del tutto prevedibile, così come le reazioni a questo mondo nuovo. E il lettore prosegue piacevolmente il viaggio, proprio perché dietro c'è un'intelligente strategia. Quando dal racconto si vuole zoomare, Oleari sfrutta la finzione degli appunti diaristici che hanno lo scopo di fermare quel tempo.

Colpiscono una scrittura fluida, una discreta inventiva e tanta ironia. Non male come primo romanzo (a 25 anni).

Oleari lo ha chiamato Alex (come il protagonista del Jack Frusciante di Brizzi, sarà un caso?), ma pure Candido sarebbe andato benissimo.

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