Alberi in città: polmoni o intrusi? C'è chi li guarda storto perché limitano il parcheggio, perché con i loro pollini e bacche sporcano o ammaccano le auto, perché in autunno perdono le foglie e sui marciapiedi si rischia di scivolare. D'altra parte c'è chi - come la sottoscritta - li adora proprio perché rendono l'aria cittadina respirabile, perché ci raccontano le stagioni perdendo le foglie e mostrandoci fiori, frutti e vaporosi pollini, e certo anche perché ci danno una delle poche chance urbane di rimettere in uso i nostri annebbiati sensi, sollecitando l'olfatto con profumi che vanno oltre lo smog, e il tatto permettendoci di toccare con mano forme e superfici di fogliami, bacche e frutti. In occasione del Festival della Scienza, il Comune di Genova e l'A.S.Ter. spa in collaborazione con SIA (Società Italiana di Arboricoltura) e ALA (Associazione Ligure Arboricoltori), tra gli eventi speciali presentano un appuntamento dedicato «a comprendere meglio - spiega Marco Garbini, arboricoltore europeo certificato (European Tree Worker) - quale può essere il futuro della convivenza con gli alberi in città. Lo facciamo attraverso un corso divulgativo aperto a tutti, Il futuro degli alberi in città (vedi box a lato per gli orari e le date), della durata di un ora, un ABC intorno all'idea di un triangolo ai cui vertici troviamo gli alberi, le infrastrutture e le persone, mentre al centro si colloca l'arboricoltura, una scienza che si occupa di far interagire i tre elementi».
Organizzato da Riccardo Alberici dell'A.S.Ter. spa di Genova, il corso condotto da Marco Garbini (ex allievo della rinomata Scuola Agraria del Parco di Monza, da 2 anni a Genova, ma attivo a Roma e in Piemonte) muove da una ricerca americana relativamente recente, ma ancora scarsamente diffusa in Italia, che rivoluziona il modo di intendere la relazione tra apparato radicale, fusto e chioma. La figura di riferimento in questo campo è Alex Shigo. «In America- prosegue Garbini - sono ormai cento anni che esiste la figura dell'arboricoltore come dipendente comunale, e il concetto di urban forestry. A differenza di quello che si credeva un tempo - ovvero che l'estensione dell'apparato radicale fosse in verticale e pari all'altezza dell'albero - i moderni studi dimostrano che l'apparato radicale per tutti gli alberi e in varie parti del mondo ha uno sviluppo soprattutto orizzontale. Le radici vanno a cercare acqua e ossigeno, risorse che si trovano tra i 50 cm e il metro e mezzo sotto la superficie, non oltre». E ancora: «Nel nostro corso forniamo un ABC sull'albero d'alto fusto, in base agli ultimi sviluppi della ricerca. Quest'ultima ci dice che l'approccio agli alberi in città cambierà completamente e forse in molti casi quelli ad alto fusto andranno sostituiti». Arriva l'esempio concreto per Genova: «piazza Brignole basterebbe un unico platano, posto al centro della piazza, che opportunamente collocato e curato può raggiungere un'altezza di 50 metri e una chioma di 30 metri di ampiezza».
I partecipanti al corso, che ad oggi vanno dai bambini (a partire dai 6 anni) fino agli adulti tra i 70 e gli 80 anni, a fine corso viene regalato un cucciolo di albero tipicamente ligure: un leccio, un frassino, una quercia.
Una volta trovata una sede idonea a Genova, il corso - o chiacchierata, come la chiama Garbini - verrà riproposto in una formula più intensiva con 4 ore da svolgere in aula e altre 4 da trascorrere passeggiando tra parchi e giardini urbani per imparare a fare una mappatura dello stato fisiologico delle piante a partire da precisi segnali. Se ci sono funghi, cavità o ferite e se le inserzioni fra le branche sono troppo fitte: tutti elementi da saper leggere per capire qual è lo stato di salute di una pianta d'alto fusto e se per esempio c'è un rischio di cedimento meccanico. «Noi European Tree Workers - dice ancora Garbini - siamo ormai 100 in tutta Italia (vedi anche il sito dei Tree Workers ndr). Non siamo né ecologisti, né ambientalisti. Se un albero va abbattuto lo valutiamo attraverso parametri scientifici. Se c'è bisogno di una potatura altrettanto. A volte basta saper tagliare per non rovinare una pianta e aumentare le sue aspettative di vita. Faccio un esempio: la capitozzatura, che prevede la potatura delle foglie al 100% è una tra le tipologie di taglio più diffusa, che però crea alla pianta il problema della compartimentazione: il tronco si svuota e anche se esternamente sembra vivo, in realtà affronta disperatamente uno stato di estrema sofferenza perché ogni taglio è una ferita. Sono ormai conosciuti molti altri tipi di taglio che rispettano le capacità di compartimentazione delle piante. L'arboricoltura è una materia ancora non studiata nelle università italiane, quindi è anche inutile dar contro ai Comuni. Si tratta di cambiare radicalmente un immaginario radicato nelle persone e soprattutto in molti professionisti, ingegneri, paesaggisti, urbanisti, l'unica rivoluzione come sosteva Shigo avviene attraverso l'educazione».