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Fausto Paravidino a mentelocale

Tosse_m E' venuto a trovarci, con in tasca il suo "Trinciapollo": ci ha raccontato perché se l'è tenuto e come mai è finito alla Tosse.
di Daniela Carucci
21 DICEMBRE 2000
Conversazione con Fausto Paravidino
Drammaturgo, regista e attore
In Trinciapollo
In scena al Teatro della Tosse
Dal 18 al 23 dicembre

Perché la compagnia si chiama Gloriababbi? Forse intendete Gloria ai babbi e i babbi siete voi?
Quasi. In realtà è un nome nato per caso. Ai tempi della disoccupazione romana frequentavamo spesso Piazza Santa Maria in Trastevere. Lì una sera abbiamo incontrato un barbone che con grande attenzione si è messo a costruire davanti ai nostri occhi un cerchio per terra, con dei barattoli di latta. Dopo un po' più nessuno attraversava quel luogo "sacro", a quel punto abbiamo chiesto: "Cos'è?" e ci siamo sentiti rispondere: "E' Gloriababbi. Beh? Non ci credete? C'è scritto qui". E dalla tasca è uscito un foglietto sporco, sgualcito. C'era scritto: Gloria Baby. Calzature per bambini.
Di questa storia ci ha affascinato soprattutto l'idea di spazio dentro ad un altro spazio, che ha importanza e non si sa per chi.
Storia poetica. E' da lì che hai iniziato a scrivere?
Non proprio. Non ho mai avuto velleità da drammaturgo. Ho incominciato quando sono emigrato a Roma e non sapevo bene cosa fare. Appena arrivato nella capitale non avevo lavoro e non sapevo dove cercarlo e così, per riempire il tempo libero ho incominciato a scrivere Trinciapollo. Era il 1996.
Come mai un giallo? Qual è stata la vena ispiratrice?
Volevo scrivere uno sketch divertente. Non avevo un'idea precisa su cosa volessi fare e così mi sono dato un tema: due persone si incontrano, una è invadente e l'altra discreta. La situazione è comica di per sé. Poi nello sviluppo delle situazioni mi sono accorto che c'era bisogno di qualcosa in più, che ci si incominciava a rompere e così ho fatto entrare in scena un terzo personaggio ed è nato l'omicidio.
Autori di riferimento?
Non ho dei veri e propri maestri. Adoro Pinter e Shakespeare mentre non conosco la nuova drammaturgia. Se devo essere sincero prendo spunto soprattutto dalla vita quotidiana, dai discorsi ascoltati sull'autobus, dai giornali e dalla letteratura. Per esempio Trinciapollo è nato anche grazie a Lo straniero di Camus.
Il tuo essere attore ti aiuta nel lavoro drammaturgico?
Certo. Quando scrivo, scrivo per gli attori. Se il testo funziona per loro, allora è bello.
E la regia?
Curiamo la regia a turno. Ognuno sceglie di dirigere lo spettacolo che sente più vicino.
Ma nella scrittura non c'è una sorta di regia implicita? Con che spirito dai il testo in mano ai tuoi compagni?
"Quando scrivo, scrivo per i morti": non mi ricordo chi l'ha detto, ma è così. La mia drammaturgia non è legata a idee registiche a cui mi affeziono, personaggi che devono essere assolutamente interpretati da certi attori piuttosto che da altri. L'unica cosa a cui sono legato sono le parole. Quelle non si cambiano.
E cosa mi dici della scarsa presenza di personaggi femminili nelle tue pièces?
Anch'io me lo sono domandato spesso: perché? Penso che sia il convivere con sei o sette uomini, il sentire i loro discorsi, il loro modo di esprimersi ad influenzarmi. Conosco meglio il modo di parlare e di pensare degli uomini. Comunque un po' di tempo fa il premio Candoni Artaterme di Udine mi ha commissionato una commedia, ho scritto La malattia della famiglia M sfidandomi: i protagonisti sono due donne e un anziano.
Cosa cerca la Gloriababbi?
Cerca il bello. Non siamo una compagnia di sperimentatori, non cerchiamo la diversità
E cos'è il bello?
La comunicazione più diretta possibile, uno scambio di sentimenti pulito, trovare le parole per raccontare qualcosa da condividere con gli altri. In questo periodo stiamo scrivendo l'adattamento cinematografico di Gabriele e abbiamo cercato di rispondere alla domanda che si fanno gli inglesi prima di mettere in scena un'opera: what is the play about? Di cosa parla Gabriele? Per il momento ho capito che parla di paura, la paura di credere che sia possibile realizzare qualcosa che desideri fortemente. La paura di volere ci perseguita.
E se dovessi dare un consiglio ad un drammaturgo esordiente?
Gli direi di montare, rismontare, ordinare, ricreare i testi di Dostoevskij specialmente I fratelli Karamazov.

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Paravidini_l
spess


Non si scrive il teatro perché...
... è già stato scritto. 8.5%
... si scrivono piuttosto romanzi. 12.8%
... chi scrive si vende alla televisione. 14.9%
... nessuno si prende il rischio di produrre spettacoli da testi nuovi. 29.8%
... alla fine contano solo i nomi-vetrina. 12.8%
... non esiste un'istituzione che incentivi e promuova i nuovi scrittori. 21.3%


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