Il
Festival della Scienza ha chiuso i battenti da pochi giorni, lasciando in giro per la città squadre di tecnici che rimuovono cartelli, imballano macchinari e smontano gazebo. Anche quest'anno è stato un successo, confermandosi come uno dei pochissimi eventi genovesi in grado di imporsi a livello nazionale e meritandosi un ulteriore approfondimento, prima di dare l'appuntamento all'anno prossimo.
Ne parliamo con
Manuela Arata, presidente dell'Associazione Festival della Scienza nonché direttore dell'INFM (Istituro Nazionale di Fisica della Materia).
Manca poco più di un mese alla fine di questo densissimo 2004.
«Ho vissuto, seppur marginalmente, altre capitali della cultura italiane e posso dire che ho visto molto meno che da noi. Genova si è giocata la carta del 2004 molto bene. Puntare sulle opere permanenti, sulle strutture, è stata senza dubbio una scelta intelligente: sono cose che restano e che daranno una svolta decisiva all'immagine di Genova. Se prima al di fuori veniva percepita come una città bruttina, adesso in molti la considerano come una città in profondo cambiamento: "beati voi", mi dicono, "che vivete in una città bella e in trasformazione"!».
Uno dei grandi eventi è stato senz'altro il Festival della Scienza. Possiamo fare un bilancio, ormai.
«La risposta dei genovesi al Festival continua a rappresentare una sorpresa positiva. Oltre al boom di visitatori, si è ripetuto un incredibile clima di entusiasmo. Eppoi non dimentichiamo che molte famiglie hanno aperto le loro case per ospitare gli scienziati».
Non accadeva dai tempi dei Rolli... Come si spiega questo successo?
«Credo che abbia motivazioni profonde. Il Festival non è un evento up-down, "paracadutato" dall'alto, ma risponde ad esigenze precise e diffuse nel mondo scientifico, come il bisogno di farsi conoscere, dialogare e trovare nuovi giovani. E poi c'è il fattore-Genova».
Quale sarebbe?
«Questa città ha un importante passato industriale, oramai chiuso. Si è capito che il Festival è una proiezione dell'industria del futuro, e questo è un grande stimolo. D'altronde puntare sull'alta tecnologia è una scelta obbligata per Genova: se da un lato non abbiamo spazio per i grandi insediamenti produttivi, dall'altro l'industria ha lasciato una cultura tecnica profonda e diffusa».
Una cultura che ha anche segnato l'immaginario collettivo...
«Esatto. Una sfilata di moda non avrebbe funzionato altrettanto bene, perché non è in consonanza con la mentalità genovese. La scienza invece ha qualcosa del nostro carattere, è low-profile, concreta. E poi quasi in ogni famiglia c'è qualcuno che ha lavorato in Ansaldo o Fincantieri, che ha costruito navi, treni o turbine».
Quale aspetto in particolare ha giovato al successo del Festival?
«Quello pratico. I laboratori ai Magazzini dell'Abbondanza sono stati presi d'assalto perché ha solleticato molto l'idea di poter sperimentare personalmente, toccare con le proprie mani in un mondo che diventa invece sempre più virtuale».
I genovesi sotto sotto amano giocare?
«C'è anche un risvolto ludico, anche se minore. Forse è l'istinto represso del "Piccolo Chimico"... D'altronde la scienza è fantasia, creatività».
Cambiando discorso ma neanche tanto, ho letto che lei ha fortemente voluto una nursery all'interno dell'INFM. Un segnale in controtendenza, oltre che un aiuto concreto ai lavoratori giovani
«La nursery è stata essenziale ed ha cambiato il rapporto col lavoro non solo delle donne ma di tutti. Venire in ufficio portandosi dietro il bambino permette di lavorare con più calma e dà serenità sia alla mamma che al bambino. Ho calcolato che mi conviene ridurre la maternità che formare un sostituto: la presenza della nursery spinge a tornare prima al lavoro, mitigando il trauma del rientro. È economicamente vantaggioso, e lo dico da datore di lavoro».