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Ultimo aggiornamento Martedì 09/02/2010 ore 14:54
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Arte
i protagonisti dell'artespess



Arti & Architettura - Koolhaas e Merz

Tante arti e tanta architettura

1100 oggetti, 4000 metri quadrati, 21 installazioni esterne. La mostra di Celant invade il Ducale e la città, fino al 13/2. Imperdibile
di Giulio Nepi
01 OTTOBRE 2004
Arti & Architetettura 1900-2000
Palazzo Ducale, Genova
010 5574004
http://www.palazzoduca...
Orari d'apertura: 2 ottobre 2004 / 13 febbraio 2005 - Aperta tutti i giorni escluso il lunedì; Note: intero Eu 10,00; ridotto Eu 9,00

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«Questa è la più bella mostra d'architettura che si sia vista nel ventesimo secolo» [Gae Aulenti]


E alla fine è arrivato anche il giorno della Celant-mostra, terzo ed ultimo capitolo di questo 2004 prodigo di soddisfazioni e grandi eventi: l'arte contemporanea, finalmente. Ci siamo arrivati a fatica, fra mille polemiche, mugugni più o meno rumorosi sulle installazioni urbane, (leciti) nervosismi dovuti ad un budget vorace che agli altri eventi contemporanei ha lasciato solo bricioline. Insomma, in perfetto stile genovese.

La frase di Gae Aulenti fotografa il risultato finale: Arti & Architettura - e lo dico da fan di Rubens - si prepara a spodestare l'altra mostra simbolo del 2004 grazie ad una quantità spropositata di vere e proprie icone dell'architettura del Novecento e ad una manciata di idee dal sapiente gusto provocatorio. Si esce da Palazzo Ducale con una sbornia di immagini da manuale di storia dell'arte - toccate con mano - e lo strascico di discussioni iniziate nelle sale e da proseguire per strada. Perché l'idea di fondo intriga e mette nelle condizioni di giudicare anche il meno preparato dei visitatori. Quindi funziona.

L'idea di fondo, appunto. Cito Celant: «l'architettura oggi è al centro di un discorso che la propone come spettacolo, come oggetto mediatico che cambia il volto delle città: l'edificio viene inteso come una "scultura" che si pone in rapporto dirompente col tessuto urbano. Al punto che non si guarda più all'uso ma al segno». Poi c'è la presa di posizione del critico: «è una mostra personale, ho voluto dare un taglio fortemente interpretativo». L'oggetto dell'esposizione, infine: «la storia dell'architettura, attraversata con una prospettiva visiva che la mette in rapporto con le altre arti». Il tutto, aggiungo io, organizzato secondo un'ottica dichiaratamente didattica.

La mostra si divide in tre parti. Nel sottoporticato e nella sala del Munizioniere (ingresso in p.zza Matteotti) trovano posto le opere dal 1900 al 1968: è la sezione "storica", «ordinata perché sedimentata», commenta Gae Aulenti, che ne ha curato l'allestimento (perfetto).
Centinaia di opere che testimoniano la spinta utopica della modernità, dai bozzetti futuristi di Sant'Elia fino alle scenografie di 2001 Odissea nello spazio.
Praticamente tutto lo scibile architettonico del Novecento: schizzi di Tatlin, Mies van der Rohe, Gropius, i modellini della Cappella di Ronchamp di Le Corbusier, Casa Schroeder di Rietveld, della Casa sulla Cascata di Wright. E ancora i cortocircuiti architettura/cinema (Metropolis di Fritz Lang), architettura/scultura (Pomodoro, Burri, Dubuffet) e architettura/pittura (i dipinti di Alvar Aalto e Le Corbusier, i concetti spaziali di Fontana).

Storditi, si sale al piano nobile, dove negli appartamenti del Doge e nel Salone del Minor Consiglio trovano posto le opere post 1968. Qui - con un'azzeccata scelta espositiva - l'ordine della storia lascia il posto al "caos" dell'oggi: aumentano in quantità esponenziale le maquette e delle altre espressioni artistiche resta solo la fotografia. D'altronde l'architettura di oggi ha già ampiamente frullato e assorbito il rapporto con le altre arti. E si ricomincia: Superstudio, Archizoom, Archigram, fino al nuovissimo e fichissimo stadio per Pechino 2008 di Herzog e de Meuron. Passando per il pesce di Gehry, il Beaubourg di Piano, il Reichstag impacchettato di Christo. E ancora Fuksas, Foster, SITE, Rossi, Pesce, Eisenman...

La terza parte è fuori. E qui appunto c'è il gusto della provocazione (che diventa anche abilità comunicativa): sono le ventuno installazioni che "vanno verso il popolo", oggetti d'emozione che trapiantano quel fil rouge ideale e formale nato dalle avanguardie storiche in un contesto di architetture "dell'uso". Scatenando inevitabili e sane discussioni, sugli uni e sulle altre.
I papà delle installazioni sono, fra gli altri, Gehry, Rossi, Merz, Oldenburg e Koolhaas (menzione di merito per il Golden Calf, il corrosivo "vitello d'oro" di Hollein in piazza Fontane Marose).

L'apparato descrittivo (in italiano e inglese) è ottimo, quindi non fatevi prendere dal panico e gettatevi nelle fauci di Arti&Architettura (qui se volete ci sono un po' di foto).


Nella foto: "Tugok Towers Aerial" di Rem Koolhaas e "Igloo" di Mario Merz

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