Domenica 8 gennaio 2017

Pivio tra cinema e New Wave

A latere del prestigioso sodalizio con Aldo De Scalzi, Pivio (al secolo Roberto Pischiutta) dà alle stampe una prova solista, frutto di una visione musicale ben inserita nel contesto contemporaneo. Potremmo definire il suo It’s Fine Anyway (Creuza, 2016) una raccolta (non solo) di canzoni elettroniche per fondali cinematografici? Il concetto aiuta ma limita, se non si va più in profondità. Intanto, anche Pivio ha una “storia” che inizia alla fine degli anni Settanta con la prima esperienza new wave cittadina: è grazie a lui, a Marco Odino, Edo Livio Bartenor e Mario Marchesoni che nascono gli Scortilla. L’incontro artistico con Aldo De Scalzi avviene all’inizio degli Novanta e, come si sa, ha fruttato una serie di notevoli colonne sonore per il cinema e la televisione.

Con It’s Fine Anyway Pivio sembra in parte ritornare agli amori giovanili, ma con una organizzazione del suono maturata nel corso del suo apprendistato creativo tra palchi teatrali, celluloide e tubo catodico. Il timbro elettronico è centrale: i sintetizzatori digitali dominano, pur lasciando spazio a qualche vezzo analogico (Mellotron, Birotron, piano elettrico e VCS3). L’orchestra è quella: una tavolozza continuamente cangiante, trattata nei minimi particolari. I ritmi, spesso, rispondono ad un’esigenza di ciclicità ossessiva e sono consegnati all’algido profilo di percussioni campionate e vivisezionate, nonché stoccate con precisione in sequenze regolari. Non secondario l’intervento umano della chitarra di Andrea Maddalone: non aspettatevi virtuosismi da Concerto Grosso; il pathos c’è, ma è nel potere destabilizzante, quasi noise, del suo strumento, utilizzato con una funzione di rottura. Pivio, oltre a suonare e a programmare quasi tutto, canta e il colore medio-grave della sua voce ricorda il David Sylvian dei Japan o Peter Murphy dei Bauhaus.

Alcuni brani restano memorabili o, almeno, meritano memoria: in When You Appear behind the Famous Actor (scritta con Odino) le coordinate espressive si posizionano tra le atmosfere dark dei Bauhaus e le meccaniche strutturali dei Kraftwerk (ma certi inserti di mellotron conducono altrove); Octopussy Freundschaft condivide una simile natura stilistica con riferimenti agli Ultravox, benché non si possa rimanere insensibili a quelle poche note gravi di chitarra che svettano come segnali orari dalla marea montante dei sequencer; The Fourth Letter celebra un felice matrimonio elettroacustico tra i sintetizzatori di Pivio e una piccola orchestra d’archi di 7 elementi, officiato da stilismi alla Art of Noise; la tromba e il flicorno (suonati da Gianpiero Lo Bello) inseriscono l’affascinante Tomorrow I Died in uno spettro d’azione tra David Sylvian e Tuxedomoon. Pertinente anche il dittico finale Caterpillar and Frog. Namely the Great Beauty e Your Skin: il tentativo di ricerca di una melodia al pianoforte con qualche blue note interseca un mellotron; una strana delicatezza capace di fondere Satie, Eno e il Battiato de I cancelli della memoria. Sembra la fine, ma quasi come se fosse una ghost track emerge la seconda parte, dotata di un carattere diverso: voci in backwards, frammenti minimalistici e barbarismi percussivi in un mantra electro-pop.

Pivio non lascia fuori nulla e si toglie pure la soddisfazione di rivedere a modo suo una cover dei The Sounds, band post-punk, ahinoi, finita nel dimenticatoio; la sua interpretazione di Party of the Mind cresce risonanza dopo risonanza su un portato ritmico stentoreo, avvalendosi pure di strumenti che non ci aspetteremmo (come la tambura indiana) e di un solista (questa volta sì) mozzafiato di Maddalone.

It’s Fine, Anyway è la dimostrazione che con l’elettronica si possono fare ancora dei lavori di alta qualità. Pivio è un compositore che lavora con l’approccio registico del sound designer, secondo il criterio operativo di chi ha a che fare con montaggi, collage, dissolvenze e intersezioni. Alla prassi ha unito passioni che arrivano da lontano e, voilà, quasi ci illudiamo che la New Wave nel 2017 è possibile e merita di andare al cinema (e pare che si stia già girando... leggete qui ).

©Riccardo Storti  

C'era una volta il rock

Il blog di Riccardo Storti

Sì, 'c'era una volta': perché il rock - in fondo - è una grande favola che merita di essere suonata quotidianamente. Riccardo Storti si limita a raccontarla una volta alla settimana, proponendo percorsi d'ascolto seminati tra novità discografiche, libri rumorosi ed epifanie concertistiche.

Biografia dell'autore
Riccardo Storti (1968). Fondatore del Centro Studi per il Progressive Italiano (Cspi) di Genova e docente di materie letterarie all'Ic Rivarolo e di Storia della Musica all'Università della Terza Età di Sampierdarena. Ha pubblicato diversi saggi musicali per la casa editrice milanese Aereostella riguardanti il Progressive Italiano, la scena rock genovese degli anni Settanta, i New Trolls, Fabrizio De André, Roberto Vecchioni e Mozart. Attivo sulle colonne di 'Mentelocale' dal 2006, cura anche un blog personale denominato 'Lo Scrittore Progressivo'.

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