Give Me Yesterday, mostra fotografica

Osservatorio - Fondazione Prada

Corso Vittorio Emanuele II, 119

Milano

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Descrizione

Mostra a cura di Francesco Zanot. Il percorso comprende i lavori di 14 autori italiani e internazionali ed esplora l’uso della fotografia come diario personale in un arco di tempo che va dall’inizio degli anni Duemila a oggi.

In un contesto caratterizzato dalla presenza pervasiva di dispositivi fotografici e da una circolazione ininterrotta di immagini prodotte e condivise grazie alle piattaforme digitali, una generazione di giovani artisti ha trasformato il diario fotografico in uno strumento di messa in scena della propria quotidianità e dei rituali della vita intima e personale. Consapevoli delle ricerche di autori come Nan Goldin e Larry Clark negli Stati Uniti o Richard Billingham e Wolfgang Tillmans in Europa, i fotografi presentati in Give Me Yesterday sostituiscono l'immediatezza e la spontaneità dello stile documentario con un controllo estremo dello sguardo di chi osserva ed è osservato. Creano così un nuovo diario nel quale si confonde la fotografia istantanea con quella allestita, si imita la catalogazione ripetitiva del web e si usa la componente performativa delle immagini per affermare un'identità individuale o collettiva.

La produzione di Ryan McGinley (Stati Uniti, 1977) avvia nei primi anni Duemila questo passaggio da un approccio alla fotografia immediato a uno più studiato che annulla la credibilità del diario spontaneo e naturale. Dopo aver ritratto i propri amici in situazioni private e scabrose all’interno delle loro case o nei club di New York, nelle serie successive McGinley mette a punto delle calcolate rappresentazioni che celebrano la nudità dei loro corpi nella bellezza della natura. Nasce così un nuovo tipo di racconto che può assumere caratteristiche grottesche. È il caso di Melanie Bonajo (Olanda, 1978), intenta a fotografarsi ogni volta che piange creando un paradossale inventario di selfie, di Tomé Duarte (Portogallo, 1993), i cui autoritratti sono realizzati mentre indossa i vestiti della propria ex-compagna nel tentativo di riconnettersi con lei e con la propria identità, e di Izumi Miyazaki (Giappone 1994) che si autorappresenta in situazioni ironiche e surreali.

La protagonista delle fotografie di Leigh Ledare (Stati Uniti, 1976) è invece la madre, colta in situazioni intime o in ritratti posati che esprimono la complessità delle relazioni familiari, acquisendo contemporaneamente un valore artistico e terapeutico. Anche i lavori di Lebohang Kganye (Sudafrica, 1990) si basano sulla figura materna, ma in una chiave completamente diversa. L’artista inserisce digitalmente la propria immagine all’interno di vecchie istantanee della madre scomparsa, evidenziando l’importanza della fotografia come archivio.

Maurice van Es (Olanda, 1984), invece, fotografa oggetti e vestiti riordinati dalla madre nella propria casa, facendone delle eleganti sculture involontarie. Kenta Cobayashi (Giappone, 1992) esplora le numerose possibilità di trasformazione dell’immagine digitale, sottoponendola a un processo di manipolazione che ne afferma la fragililtà e l'instabilità. Vendula Knopova (Repubblica Ceca, 1987) riflette sulla permeabilità tra sfera pubblica e privata sfruttando un immaginario codificato come quello dell'album di famiglia. Attraverso la creazione di uno tra i primi blog fotografici cinesi, Wen Ling (Cina, 1976) documenta quotidianamente le relazioni, i luoghi e le abitudini di una ristretta comunità di amici e familiari.

Joanna Piotrowska (Polonia, 1985) applica la filosofia dello psicologo tedesco Bert Hellinger per indagare il tema dei traumi familiari in una serie di ritratti collettivi attentamente calibrati, mentre Irene Fenara (Italia, 1990), in un esercizio ugualmente basato su fondamenti scientifici, indica nelle sue fotografie la distanza misurata in centimetri tra l’obiettivo e il soggetto fotografato, creando un parallello tra prossimità fisica e vicinanza emotiva. Greg Reynolds (Stati Uniti, 1958) presenta a più di trent’anni di distanza le fotografie realizzate durante i campi estivi promossi da un’organizzazione cristiana evangelica, abbandonata nel 1983 dopo essersi dichiarato omosessuale. Solo oggi l’autore realizza che quella documentazione fotografica gli permetteva di esprimere una verità impossibile da rivelare pubblicamente. Tra il 2011 e il 2014 Antonio Rovaldi (Italia, 1975) ha scattato decine di immagini di orizzonti che accostate tra loro esprimono una personale visione di paesaggio e tracciano i confini di un ideale viaggio in Italia.

Give Me Yesterday, guarda la fotogallery

Biglietti: intero 10 euro, ridotto 8 euro.
Orari: da lunedì a venerdì 14.00-20.00; sabato e domenica 10.00-20.00 (chiusura 25 dicembre e 1 gennaio).

Approfondimenti Dalla redazione di mentelocale.it