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Renzo Piano è magro, altissimo (uno e novanta?) e ha i capelli lunghi con un timido accenno di codino sulla nuca. È strano vedere tridimensionalmente qualcuno che hai sempre visto in foto, quasi mai sullo schermo, mai del tutto per strada. Questa volta invece l'architetto genovese si espone, in entrambi i sensi: di persona e con una mostra che raccoglie la crème dei suoi progetti, chiamata semplicemente Renzo Piano & Building Workshop. Progetti in mostra, che si apre domenica 16 a Porta Siberia per chiudersi il 31 ottobre.
Che sia un'occasione più unica che rara lo si capisce dallo schieramento dei media (conto: ci sono più giornalisti qui che per Rubens) e dal comportamento quasi isterico dei fotografi (conto: un minuto buono di flash continui per lui. Per Biasotti solo tre di numero, "el gubernador" abbozza).
Renzo Piano, oltre ad essere magro e alto, parla per immagini: «Genova ha due forti personalità. La prima è quella del centro storico, che sembra un blocco di pietra dove qualcuno abbia inciso le strade, scavandole. La seconda è quella del porto, il luogo del precario e dell'avventura opposto al ventre protettivo dei vicoli, con le sue navi che si muovono e i carichi sospesi che si sdoppiano sull'acqua».
E comincia a parlare di quand'era bambino e andava a vedere le gru: «il luogo in cui si nasce ti rimane sottopelle, è una cosa che si capisce solo a cinquant'anni, quando ti ritrovi all'estero e cominci a scavare dentro a quest'immaginario. La mostra», precisa, «è proprio un omaggio a Genova per l'immaginario che la città mi ha regalato».
Non finisce qui. Piano ha definitivamente deciso di stabilire la sede della sua Fondazione nello studio di Crevari. «È una cosa vera, già stabilita davanti al notaio, un terzo dei nostri utili vanno a finire lì», il tono si è fatto un po' più asciutto, come se a Genova uno dovesse sempre scusarsi se fa dei regali, «riceveremo a bottega studenti da tutto il mondo per sei mesi, ovviamente anche dalla Facoltà di Architettura di Genova». Dice proprio così, "a bottega". «D'altronde il mio studio si chiama "workshop" che vuol ben dire quello! I linguaggi sono cambiati, ma la sostanza dell'apprendimento è rimasta la stessa dai tempi delle "botteghe" rinascimentali. L'architettura è fatta anche della scelta dei bulloni, sono cose che si imparano solo stando accanto a gente che lavora».
La mostra, come già accennato, è a Porta Siberia, "ospitata" dal Museo Luzzati che per l'occasione si trasferisce ai Magazzini del Cotone. «È un monumento straordinario», lo sguardo dell'architetto percorre goloso gli spazi progettati cinquecento anni fa da Galeazzo Alessi: «godetevelo».
E chi ci riesce? La grande sala voltata è occupata da un tavolo lungo quindici metri, apparecchiato con ogni bendiddio. Niente cibo, ma decine di progetti, modellini, disegni, calchi in gesso, pezzi d'acciaio, fotografie sospese. In tutto ventisette opere fra le più celebri di Renzo Piano, ognuna con una sedia davanti per godersela con calma, ognuna con almeno un modellino (un paio alti anche un metro, quello della Bridge Tower di Londra è un gigante di tre metri) perché non tutti ci si raccapezzano con schizzi e sezioni.
Nella stessa stanza ci sono due spazi che interessano da vicino i genovesi: il primo è quello col progetto degli Erzelli - che finalmente si mostra in uno stadio più avanzato - e il secondo è l'attesissimo "waterfront" del duemila. Ancora vuoto: la presentazione avverrà il 25 maggio con una festa sotto il tendone del Porto Antico.
L'esposizione prosegue nelle quattro salette attigue. Nella prima ci si può sedere attorno ad un tavolo e sfogliare libri e progetti, con calma, per chi non si accontenta dei modellini. Poi in sequenza ci sono tre focus su altrettanti interventi - forse i più complessi, forse i più amati, certo i più famosi - ovvero il Beaubourg di Parigi, Potsdamer Platz a Berlino e l'Auditorium di Roma.
Insomma, da vedere.
Foto in alto: il progetto del Centro Culturale Jean-Marie Tjibaou (Nouméa, Nuova Caledonia, 1991-98)
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