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È difficile scrollarsi di dosso l'immagine di ente "antico", soprattutto se ci si deve confrontare quotidianamente con un nome che conserva al suo interno due termini che fanno a botte con l'idea di vivacità, "accademia" e (orrore) "ligustica".
Ma all'Accademia Ligustica di Belle Arti non si rassegnano, e non potrebbe essere altrimenti dato che in queste stanze studiano gli artisti di domani (e hanno studiato quelli di oggi, come Vanessa Beecroft): "Ligustici" quanto volete ma contemporanei. E determinati.
«Il 2004 è certamente un'occasione importante», ci racconta Emilia Marasco, la direttrice dell'Accademia, «anche se occorre fare la tara fra l'effimero di certi eventi e quello che invece resterà alla città. Di costruttivo c'è certamente l'attenzione verso l'arte contemporanea, soprattutto grazie al fatto che sia stato chiamato un grande critico come Germano Celant per proporre qualcosa di forte. Per quanto su di lui ci siano differenti scuole di pensiero, non può che essere vista come una cosa positiva. Il 2004 coincide inoltre con una forte ripresa del museo di Villa Croce, che si è messo a seguire una linea meno localistica».
Insomma, il barometro volge al bel tempo...
«Il filo dell'arte contemporanea in questa città non si è mai spezzato del tutto. Sì, magari sono mancati i segnali forti, ma sotto pelle il lavoro continuava: anche nei momenti peggiori c'è sempre stato qualcuno che ha "resistito". Negli ultimi anni ha inoltre svolto un importante ruolo da catalizzatore il Centro della Creatività».
Quanto è vissuto questo new deal?
«Percepisco l'orgoglio di una città che si rinnova e si modifica. I genovesi stanno imparando che le trasformazioni sono positive: se ci fai caso si sono levati pochi mugugni intorno ai massicci lavori che stanno cambiando il volto della città. Mi auguro che questa disponibilità al cambiamento investa anche l'ambiente culturale».
In quest'ottica qualche contemporaneista ha criticato la scelta di Rubens.
«Ma no, ma no. Rubens è nostro, fa parte della nostra storia. Il problema si porrebbe se si facesse solo quello, ma quest'anno c'è equilibrio. D'altronde Genova è una città piena di forti contraddizioni, anche a livello di tessuto urbano: il nuovo accanto al vecchio, il bello vicino al brutto. Questa è l'immagine della città. Ogni politica culturale che sappia mantenere incastrati questi aspetti di passato/futuro è positiva».
Ci sono più opportunità?
«Senz'altro. Proprio in questi giorni è in corso la mostra alla Loggia di Banchi curata da Marisa Vescovo, in cui si riescono a vedere artisti emergenti che sennò si trovano solo a Kassel o alla Biennale. Ci tengo inoltre a sottolineare che si tratta di una mostra nata a Genova - Marisa insegna all'Accademia, mentre l'allestimento è frutto della collaborazione con la Facoltà di Architettura - e che fra l'altro segnala una possibilità d'uso della Loggia. Uno spazio aperto, centrale, non avveniristico: adatto per l'arte contemporanea, che deve crescere in mezzo alla gente».
Oltre alla mostra, l'Accademia quest'anno si è gettata anima e corpo nell'organizzazione del convegno sulle accademie del Mediterraneo...
«Sì, e si è trattato di un sforzo molto impegnativo, soprattutto per una struttura piccola come noi, se pensi che abbiamo invitato 28 realtà».
È andata bene?
«Molto».
Da rifare?
[sospira e sorride, ndr] «Bé magari la prossima volta preferisco partecipare come invitata piuttosto che come organizzatrice. Scherzi a parte, è stata l'occasione di stringere relazioni con istituzioni altrimenti difficilmente raggiungibili. C'è stata una bella partecipazione dal mondo arabo e in quest'ottica ci tengo a sottolineare il forte significato di dialogo: tutti coloro che fanno arte devono assumersi questa responsabilità».
E come sta l'arte, sulle altre sponde?
«Ho visto cose interessanti soprattutto fra quelle provenienti da Istambul, ma anche da Tirana e Lisbona. Senza dimenticare la grafica tunisina».
Genova è più mediterranea o più europea?
«Entrambe le cose. Siamo europei a tutto tondo ma innegabilmente abbiamo una storia che si è sviluppata su un mare che ci pone a contatto con tanti altri popoli».
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