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Spettacoli

Genova? Extra-cool!

 
A ruota libera con Carlo Antonelli, il direttore di Rolling Stone. Una città che migliora e attira energie. La grande occasione del 2004
 
   

     
16 febbraio 2004
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di
Giulio
Nepi
   
Carlo Antonelli
L'ultima volta che l'avevamo sentito, Carlo Antonelli era al timone della Sugar, l'etichetta che ha lanciato Elisa e Bocelli. Oggi ha traslocato, ma non troppo: è il direttore editoriale di , l'edizione italiana del mitico magazine americano, fondato a San Francisco nel 1967 e ormai vera e propria istituzione fra le riviste musicali. E poi dicono che i genovesi non sono creativi.

Intanto complimenti per Rolling Stone!
«Grazie. È un'esperienza molto interessante».
Torni spesso a Genova?
«Spessissimo».
Cosa ne pensi del 2004?
«Credo che sia l'occasione definitiva per trasformare il tessuto economico cittadino in direzione del terziario estetico. Genova negli ultimi dieci anni si è trasformata in una sorta di Barcellona anni '80 o San Francisco anni ‘90».
È un processo positivo?
«Certo, molto. Nel giro di cinque-sei anni Genova si trasformerà in uno dei punti vitali dell'orizzonte italiano. Già adesso attira energie da Milano: artisti, designer, professionisti...».
Che mollano Milano per venire da noi?
«Sì. E tutto grazie ad internet e al telelavoro. Si trasferiscono al sole, col mare davanti e si mantengono collegati via web. Te lo posso assicurare perché è un fenomeno che tocco con mano».
Insomma, Genova è una città vitale.
«Assolutamente. Prendi per esempio l'apertura continua di locali di alta fascia, la trasformazione di via Ravecca, l'apertura di negozietti di carinerie, i baretti del centro storico che mi ricordano molto Barcellona o Lisbona».
Mi stai citando esempi di interventi "concreti", fisici. La città va cambiata iniziando dai mattoni?
«Non solo ma anche: l'apporto dei capitali che investono in ristrutturazione è fondamentale. D'altronde oggi la "faccia" di Genova è radicalmente differente, e quando cambia l'aspetto cambia anche la tonalità emotiva di chi ci vive e di chi viene da turista. Devo dire che anche la borghesia ha conosciuto un ricambio generazionale e si è svecchiata, diventando meno reazionaria».
Alessandro Garrone ha aperto un ristorante...
«Ecco, appunto».
Cosa ne pensi del programma delle manifestazioni per il 2004?
«Spicca per assenza il tema della contemporaneità. Non basterà di certo Arti e architetture, che tra l'altro ha drenato il budget a disposizione».
Il rapporto fra la città e l'arte contemporanea è sempre stato conflittuale?
«Non sempre, naturalmente, ma c'è un gap di venticinque anni da coprire. Venticinque anni in cui nessuno fra i movimenti principali della contemporaneità è transitato da queste parti, a causa principalmente della gestione casalinga di Villa Croce. Che per fortuna adesso sta dando buoni segnali di riattivazione. Ma venticinque anni sono tanti, e occorre un'opera di alfabetizzazione di almeno due generazioni. A Genova ci sono appena due/tre gallerie di qualità, e altrettanto pochi sono i giovani artisti. Occorrerebbe anche un deciso svecchiamento dei docenti dell'Accademia di Belle Arti».
E la scena musicale?
«In questo momento non è particolarmente interessante, anche se la cultura musicale in città c'è ed è diffusa. Diciamo che il meglio è ancora chiuso in cantina, ma si vedono segnali incoraggianti. Ad esempio in rete l'attività è di gran livello con molti blog e fanzine di qualità. Ma si tratta di un tessuto disperso, che deve diventare connettivo».
Cosa ci vuole per connetterlo?
«L'ambiente che si sta creando è il miglior apporto. Qualcosa sta già venendo fuori spontaneamente: l'organicità verrà quando il tessuto si sarà unito. Ad ogni modo non c'è stato periodo più positivo per avere vent'anni, a Genova, da un po' di decenni ad oggi».
Senti curiosità intorno a te sulla città?
«Molta. Come ti dicevo, conosco anche parecchie persone che da Milano si sono trasferite. E comunque esiste una "moda delle città": in questo momento Genova sta venendo riscoperta, è considerata "extra-cool". Sono cicli che vanno e che vengono: sta accadendo la stessa cosa fra Marsiglia e Parigi».
 
 
 
 
 
 
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