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Spettacoli

Intervista a Aldo Viganò

 
C'era una volta il critico. Oggi ci sono gli spettatori. E i critici che fine hanno fatto.
 
   

     
06 gennaio 2001
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mentelocale di
Laura
Santini
   
vigano media
Incontrare gli esperti può sembrare un compito difficile anche se poi nel compierlo si apprezza l'opportunità di "chiacchierare" di qualcosa che ci appassiona con qualcuno che non solo condivide l'interesse ma ha anche molto da raccontare.
Si tratta di punti di vista, e il bello sta nel raccoglierne tanti.
Andiamo a trovare Aldo Viganò che è un rinomato esperto di cinema in quanto Presidente dei Critici Cinematografici liguri, ma che è anche un esperto di teatro. Al momento è consigliere culturale per il Teatro Stabile di Genova, ma...
Viganò Ho fatto il critico teatrale per vent'anni al Secolo XIX. Ora, lavorando dentro il teatro, posso solo parlare del teatro, visto dal punto di vista dello spettatore.
E da spettatore cosa le piace vedere?
Viganò Del teatro ben fatto, senza distinzione di genere. Intendo quello in cui i tre elementi fondamentali all'attività teatrale siano ben compenetrati cioè ci sia dialogo tra testo drammatico, gruppo di attori che lo fanno vivere, gruppo di artisti tecnici - per intendersi: regista, scenografo, tecnico delle luci etc. Non mi interessa quel teatro in cui un elemento predomina sull'altro. Deve esistere lo spettacolo in quanto tale: che poi mi racconti l'antica Grecia o il futuro non fa differenza a priori.
Si parla di nuova drammaturgia, ma in Italia c'è?
Viganò La nuova drammaturgia è difficile da scovare. Esiste una drammaturgia molto viva da sempre in Inghilterra, perché lì il teatro è ancora popolare. Mentre in Europa, la nuova drammaturgia è tutta da scoprire. In Italia esistono tanti drammaturghi basta guardare il numero dei copioni che arrivano ai concorsi. La crisi sta nel fatto che difficilmente un autore teatrale vive a contatto con il teatro. Per questo motivo è raro che ci sia compenetrazione fra i due. Ma, devo dire che, quando c'è, ha successo. Un esempio è rappresentato dal giovane Fausto Paravidino. A soli 25 anni ha già visto rappresentati tre suoi testi.
Il problema nasce nel momento in cui un autore è fuori dal mondo teatrale. In questo caso la via per il palcoscenico è meno accessibile, sia nel senso stretto della parola sia per una certa distanza linguistica che molti testi continuano ad avere rispetto al "parlato" sulla scena.
Allo Stabile c'è molta attenzione per la nuova drammaturgia. Di testi ne leggiamo tanti e molti li commissioniamo. Alcuni vengono proposti come mis en éspace.
Comunque di produzioni da testi nuovi se ne fanno sempre troppo poche. Non solo per esitazione o paura, ma anche perché il pubblico è poco educato a provare curiosità nei confronti del nuovo. E alla fine è il pubblico l'unico che può permettere al teatro di riprodursi. Ci vorrebbe un po' più di coraggio e di volontà di mettersi in gioco da parte di chi sta in poltrona.
Fare il critico teatrale era un mestiere che le piaceva, come lo interpretava?
Viganò Sì mi piaceva molto, soprattutto fare la parte dello spettatore che racconta ad altri lo spettacolo, così lo intendevo. Cercare di capire cosa stesse accadendo sul palco e quindi parlarne esattamente come di qualcosa che era esistita solo lì in quel momento.
Oggi si fa ancora critica teatrale?
Viganò La critica è in crisi. Non esiste più. Non c'è più quella figura che sa dialogare con il pubblico da un lato e con il teatro dall'altro. Oggi, se guardiamo il panorama nazionale, la critica teatrale si è trasformata in una specie di cronaca giornalistica che tende a stupire più che a raccontare quello che avviene in teatro. Questo però, devo dire, a causa di una precisa politica dei giornali. Ci sono, poi, dei critici, che fanno ancora un'altra cosa e cioè fanno tendenza, ossia difendono un'idea di teatro, una loro poetica: fanno politica teatrale. Il critico - a parer mio - dovrebbe avere delle curiosità intellettuali per farsi stupire ogni volta che va a teatro, privo di ogni pregiudizio.
Cosa ne pensa del teatro su internet?
Viganò Dipende da cosa si intende. Se significa informazione e critica, allora ben venga. Se invece si intende registrazione di spettacoli teatrali: allora, io dico, questo non è teatro. Lo stesso discorso, per altro, è valido anche per le riprese televisive. Intendiamoci, mi va benissimo lo spettacolo alla TV, però è tutta un'altra cosa. Il teatro ha la caratteristica di essere irripetibile. Ne posso conservare la memoria, ma quello che conservo non è il teatro. Foucault diceva: "il teatro è un paradosso". Un paradosso anacronistico e proprio questo è il suo bello. Chi c'è c'è, chi non c'è, non c'è. Vedere una registrazione non è teatro. Il bello del teatro è l'avere a che fare con persone vive: esperienza che non ammette mediazione.
Da domanda nasce domanda, poi qualcuna si perde lungo il discorso e altre ne vengono in mente. Si potrebbe andare avanti senza accorgersene, eppure vogliamo riservarci qualcosa, qualcosa per un altro incontro.
 
 
 
 
 
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