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Spettacoli
Zatoichi
 

Zatoichi

 
Kitano abbandona le pistole e impugna la spada. Una storia di samurai della tradizione giapponese: duelli, musica e molta ironia
 
   

     
13 novembre 2003
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di
Stefano
Baschiera
   
Takeshi Kitano ama Venezia. Come Woody Allen, anche il regista nipponico da un po' di anni a questa parte ha scelto il festival veneziano per presentare i suoi nuovi lavori. Nel 1997 ha vinto il Leone d'oro con lo splendido Hana-Bi, lo scorso anno ha portato al lido il romantico e visionario Dolls e quest'anno con Zatoichi ha raccolto applausi e consensi tra gli appassionati e gli addetti ai lavori.

Kitano ama le sfide. Nato autore televisivo comico - è tra i creatori del programma portato in Italia da Mai dire Banzai - dal suo esordio dietro la macchina da presa (Violent Cop 1989) ha subito dimostrato un talento innato. La capacità di coniugare un cinema d'azione con le più radicate tradizioni del teatro Noh con l'attenzione ai piccoli dettagli, alle espressioni facciali, alla pulita composizione delle inquadrature e all'improvvisa contrazione-dilatazione dei ritmi narrativi. Un cinema della rarefazione. Un cinema violento, pulp e malinconico.
In ogni suo film la colonna sonora - nel senso più ampio di rumori, parole, suoni - ha un ruolo fondamentale. Le sparatorie alternate al rumore del mare, i lunghi silenzi dei personaggi che sfociano in azioni rapide e precise, o in qualche gesto di un'ironia raggelante. C'è sempre uno strato di ironia nella sua opera, una consapevolezza di stare giocando, una necessità di rompere la violenza con una risata.
Regista, sceneggiatore, scrittore, autore televisivo ma anche attore. E come attore raggiunge sempre grandi risultati, riuscendo ad essere la piena incarnazione della sua poetica. La sua è una recitazione basata su una sorta di mutismo, dove solo i tic facciali veicolano le emozioni del personaggio e il suo mezzo sorriso diventa ruga tra le rughe.
L'estate di Kikujiro aveva visto impegnato Kitano con una storia di incontro tra un gangster e un ragazzino, con Brother, girato e ambientato negli Stati Uniti, era il confronto tra le due diverse culture malavitose a fare da cardine principale della vicenda. È nell'incontro/scontro tra gli opposti che Kitano trova il punto di partenza per i suoi film, i suoi personaggi.

Zatoichi è la sua nuova sfida. È il primo film storico, in costume che Kitano dirige. È il primo film che non si basa su una sua sceneggiatura, ma su un'antica storia della tradizione giapponese. È l'interpretazione di una storia molto popolare in Giappone, tratta dal romanzo di Kan Shimozawa e fonte d'ispirazione per serie televisive e film vari. Parla di Zatoichi, un vagabondo cieco (Takeshi Kitano) che si guadagna da vivere con il gioco d'azzardo, ma in realtà è un maestro di spada e aiuta gli abitanti di un villaggio a salvarsi dai soprusi di alcuni potenti.

Kitano abbandona le pistole e impugna la spada. I combattimenti sono spettacolari e presentano un lato ironico che riesce a rendere sopportabile il sangue e le violenze. La fantasia del regista si vede nella messa in scena dei duelli, nella creazione del colpo inaspettato, nella gag visiva improvvisa. Bisogna ripeterlo e ricordarlo, Zatoichi è un film che sa far ridere in ogni momento. Le storie di samurai sono materia narrativa che può essere riletta, plasmata, affrontata con ironia.
Attorno a Zatoichi ci sono una serie di personaggi-macchietta. L'aspirante samurai/scemo del villaggio, la coppia di sorelle killer che in realtà sono fratello e sorella in cerca di vendetta, il giocatore d'azzardo eterno perdente, il samurai bello e tenebroso che combatte per amore e dovrà affrontare Zatoichi stesso. Poi c'è lui. Kitano, con un'improbabile chioma bionda e gli occhi ciechi ma ben aperti. Elemento questo destabilizzante per il cinema stesso, osservare ma non vedere, sguardo acceso ma vuoto.
Manca solo il mare in questo film, una marca di distinzione nel cinema di Kitano. C'è la violenza, l'onore, i momenti di rarefazione della storia e dell'immagine. C'è un ottimo uso della colonna sonora, paragonabile solo alla prima mezz'ora di C'era una volta il West. I rumori del lavoro nei campi si intonano e diventano ritmo, musica che accompagna i passaggi tra le diverse scene. C'è una sequenza di tip-tap incredibile, bella, sontuosa, divertente. È un ballo liberatorio, le abilità si spostano dalle movenze dei duelli a quella delle danze.
Zatoichi è il cavaliere errante che arriva in un luogo, aiuta a risolvere i problemi e sparisce al tramontar del sole. Il samurai è qui reso fumetto, è un eroe invincibile con uno stampo morale onesto ma non ineccepibile quel tanto che basta da renderlo umano e simpatico, come ogni eroe kitaniano.
Kitano ha dato un'ulteriore prova di essere un punto di riferimento stabile e sicuro della cinematografia internazionale contemporanea. Come sempre, incredibile, imperdibile.

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