Affetti, melodie, fotografie giallo seppia, ricordi e parole di
Arnold Schönberg.
Nell'ultima serata di
Fuori Tempo, al
Circolo Artistico Tunnel,
Nuria Schönberg, figlia del grande compositore, ha sfogliato il proprio album di famiglia insieme al pianista
Stefan Litwin.
In un italiano perfetto Nuria ha tratteggiato colui che è universalmente conosciuto come l'inventore della musica dodecafonica come un padre affettuoso, un uomo sensibilissimo, un artista completo, artista nel vero senso della parola. Ai ricordi personali si sono alternate le note del pianoforte suonato da Litwin che ha eseguito ed illustrato tratti dell'opera di Schönberg. E poi, filmati, diapositive, documenti sonori originali con la sua voce.
Nato il 13 settembre 1874 a Vienna da una coppia di mercanti di origine ebraica Arnold Schönberg comincia a suonare molto giovane. La sua formazione avviene in maniera tutta personale, da autodidatta. Infatti le difficoltà dovute alla precoce morte del padre costrinsero lui, il maggiore di due fratelli, ad affiancare la passione per la musica al lavoro in banca.
«Volle imparare la musica tutta sé » dice Nuria «comprava delle dispense che uscivano in ordine alfabetico ogni mese. Diceva che avrebbe scritto la prima sonata non appena sarebbe uscita la lettera S. E così fece. Riusciva molto di più come compositore che come banchiere e quando la banca fallì decise, anche grazie all'amicizia con
Alexander von Zemlinsky, di dedicarsi soltanto alla musica » .
Emergono tra i ricordi di Nuria alcuni tratti intimi del padre, come le amicizie, alcune fortissime e durature come quella con
Gustav Malher, altre intense ma brevi come con
George Gershwin per la cui morte prematura Schönberg pronunciò un toccante discorso radiofonico riproposto in sala.
Litwin ci introduce nella musica del compositore austriaco. Tratti delle prime opere che suscitarono reazioni controverse nella critica e nel pubblico, bozzetti degli allievi più importanti come
Alban Berg, presente in sala e protagonista già di uno degli appuntamenti di Fuoritempo. E poi saggi e variazioni come quelle che Ferruccio Busoni gli propose e che lui non accettò.
Schönberg dedicò alla musica la sua vita ma fu anche un eccellente pittore. Sua figlia lo ricorda come un uomo capace di esprimersi con la pittura come con la musica.
Nei suoi quadri, infatti, si notano spunti simbolisti legati ad una tecnica di matrice espressionista, il tutto non risultato dall'aderenza ad una scuola pittorica, ma mediato dalla sua grande sensibilità. Nuria parla di un quadro in particolare,
I funerali di Gustav Malher, in cui suo padre ha saputo cogliere nell'aria una luce e una vibrazione davvero notevoli.
Poi arriva la storia, il novecento del quale suo padre è stato uno dei personaggi fondamentali. L'emarginazione, l'antisemitismo, la guerra, la ricerca delle proprie radici in una nuova patria. La famiglia Schönberg fu costretta ad espatriare a causa dell'inasprirsi delle intolleranze verso gli ebrei. Prima a
Parigi, dove entrò in contatto con altri importanti artisti semiti, come
Marc Chagall. Poi negli
Stati Uniti, a New York, in California, Los Angeles. Qui Schönberg come molti altri intellettuali, scrittori, scienziati e musicisti deve imparare una nuova lingua, nuovi stili di vita, da sconosciuto.
«Preparava i testi delle conferenze in inglese come spartiti musicali, segnandosi le pause e gli accenti di questa nuova lingua come su un pentagramma»
Continua con la sua musica, si divide tra il conservatorio e pochi allievi, le lezioni private, il suo studio e gli affetti familiari che sono in questo momento preziosissimi. La sua casa divenne punto di riferimento per tutti gli intellettuali ebrei fuggiti dall'Europa e l'America una nuova patria che non riuscì a lasciare fino alla morte, nel 1951.
Infine Nuria dà una risposta a chi si interroga sui metodi e le caratteristiche della dodecafonia, del modo di comporre del padre, da sempre allo studio degli esperti:
«Mio padre diceva che un poeta cinese non parla solo in cinese ma dice, esprime delle cose. Ciò è fondamentale per capire una nuova musica. Non è importante il metodo con cui lo fa, ma ciò che un compositore riesce a dire»