A Fuori Tempo, il convegno internazionale organizzato dalla Fondazione Carige, si parla di Suoni del Nostro Tempo, della musica italiana e di tutto ciò che la rappresenta oggi, dalle contaminazioni etniche al computer, dalla crisi del disco all'esportabilità di quanto si produce in Italia.
Tra i vari artisti intervenuti all'incontro dell'11 ottobre è stato interessante avvicinare , la cantante senese tra le massime rappresentanti del Rock Italiano. Gianna Nannini, sulle scene dal 1976, si autodefinisce una cantante Fuori Tempo, quindi contenta di partecipare ad un incontro in cui il tempo e l'evoluzione della musica siano gli elementi di discussione.
Parlare di musica italiana per lei non è solo legarsi alla romanza, «la volontà di difendere l'italianità della musica è un concetto che a me non piace, la musica è espressione di quello che si è anche dall'incontro con altre realtà. Sono molti i grandi artisti che hanno affermato la propria identità attraverso il confronto».
Quale è il rapporto che lega la musica alla tecnologia?
«La musica, trattata al computer è cambiata. Oggi in studio puoi ricercare una perfezione che è molto matematica e molto poco magica. Un tempo i grandi artisti, come i Beatles lavoravano anche sulla fase finale dell'incisione, oggi ci pensa un tecnico col mouse».
«La sala di incisione era uno strumento, un luogo di libertà, di trasgressione perfino, nel quale l'artista poteva mettere la propria passione su tutto il ciclo produttivo della sua opera. Oggi siamo ad un punto in cui l'eccessivo ricorso alla strumentazione elettronica lascia sul disco tracce quasi ipnotiche che rischiano di annullare invece che esaltare il lavoro artistico. I nuovi strumenti, le nuove tecniche, devono essere al servizio della musica, non deve avvenire il contrario».
Sul tipo di confezione che un prodotto discografico potrà avere in futuro e sulla crisi del disco Gianna Nannini è categorica: «Non frega niente a nessuno quale sarà il modo in cui una canzone si presenterà in futuro. Questa questione fa parte di strategie, volontà, costruzioni che sono proprie delle case discografiche. Quando scrivo una canzone quello che a me importa è solo la canzone, l'opportunità che ho di raccontarla dal vivo e nient'altro».
E' sempre stata un'artista impegnata, di cosa si sta occupando in questo momento?
«Ho fatto diversi viaggi a Baghdad. Grazie alla fondazione stiamo cercando di riportare un po' di vita in quelle zone martoriate dalla guerra. Dopo quanto è successo laggiù occorre ricostruire non solo edifici ma anche recuperare una cultura che rischia di sparire, occore portare cibo ma non solo, servono libri, strumenti musicali e tutto ciò che significhi davvero ritorno alla normalità. In Iraq ho conosciuto un grande liutista, Mohamad Ali Ismaiel. È un talento formidabile, ma per averlo con me in tournè abbiamo dovuto affrontare grandi difficoltà. E' davvero complicato lasciare l'Iraq».
Come si confronta con il mondo che la circonda?
«Oggi c'è pochissima informazione, pochi conoscono cosa accade nel mondo e pochi lo raccontano. Quello che posso fare io è raccontare quanto ho attorno usando la mia musica e quello che sono come strumento».
Dovendo proprio sceglierne uno, qual è il tuo genere musicale preferito?