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"Fare" musica oggi. Fra pubblico e privato, arte e business, industria e tecnologia. Con questo titolo si è tenuto sabato 11 ottobre il secondo incontro di Fuori Tempo: un soggetto vasto e problematico, e non per nulla si tratta del dibattito col maggior numero di relatori (sei) di tutta la manifestazione.
A moderare, ma più che altro a sobillare, Quirino Principe, che comincia con un affondo diretto: «L'Italia è l'unico paese dell'Occidente dove non si insegna musica nei licei: è stata tolta appena dopo l'Unità. La musica dà fastidio ai poteri perché è essa stessa un potere». Un "potere" che libera, e quindi ben poco tollerato. Tant'è che non esiste una legge che definisca la musica come bene culturale: «La musica, per la legge, è un rumore. E come tale può essere denunciato: qualsiasi cittadino che si ritenga disturbato ne può bloccare lo studio o l'esecuzione».
Con Claudio Orazi, Sovrintendente dell'Arena di Verona, il discorso entra nel vivo. Numeri alla mano, Orazi snocciola i dati che fotografano la crisi del settore lirico-sinfonico: pubblico in stagnazione, fatturato statico, enormi spese per mantenere le strutture, solo briciole per gli allestimenti, ma soprattutto l'intervento dello Stato che si è dimezzato negli ultimi 15 anni.
Lo Stato, insomma, si fa da parte. E nel 1998 - con la legge che ha trasformato gli Enti pubblici lirico-sinfonici in Fondazioni di diritto privato - ha indicato la strada da seguire: battere cassa dai privati.
Per Gennaro Di Benedetto, Sovrintendente del Carlo Felice e fresco reduce dal successo del Viaggio a Reims, le cose da allora sono un po' migliorate: le competenze manageriali hanno migliorato l'organizzazione del lavoro. Certo, la strada è ancora lunga e le conflittualità continueranno ancora per un po'».
È Mauro Bucarelli, Segretario alla Programmazione artistica per l'Accademia di Santa Cecilia, ad inquadrare il corto circuito: «la musica lirica è ormai diventata un prodotto di nicchia, e come tale perde interesse agli occhi di un privato». Orazi annuisce, «è vero. Perché dovrebbero investire in attività che sono di fatto invisibili?», e prova a dare una soluzione: «le Fondazioni dovrebbero scuotersi di dosso l'autoreferenzialità e andare sul territorio, riallacciando i rapporti con la società».
Bucarelli va più a fondo: «ci vuole una cultura della comunicazione che noi operatori culturali spesso non abbiamo. Bisogna imparare a ritagliare dal budget una bella fetta - anche il 20% - per la comunicazione e l'educational, cioè tutte quelle attività che avvicinano il pubblico alla musica. Ad esempio all'Accademia di Santa Cecilia teniamo da vari anni i family concert domenicali per bambini e famiglie. Ma in America sono già arrivati al pic nic concert!».
«Dobbiamo metterci in testa», continua Bucarelli, «che il pubblico è cambiato. Ad esempio l'intervallo ormai non serve, perché la gente andando al cinema si è abituata a farne a meno. Non esiste più il pubblico che arriva mezz'ora prima, adesso arrivano in genere trafelati, al pelo, e quindi manca quel momento di decompressione in cui uno si rilassa, chiacchiera o trova il tempo di leggere il programma di sala».
La soluzione andrebbe trovata, anche perché la musica lirico-sinfonica ha le potenzialità per camminare con le proprie gambe. È l'esperienza che porta in dote Joseph Hussek, responsabile della programmazione artistica del prestigiosissimo Festival di Salisburgo: «il Festival è di fatto il maggior imprenditore economico della regione: la redditività è molto elevata e attira circa il 70% di investimenti privati».
«Austria e Italia», insiste Hussek, «non hanno il petrolio ma hanno l'arte: è una risorsa importante per la nazione, non c'è niente di male a guadagnarci sopra». Anna Cammarano, direttrice del settore Musica Colta di Rai Trade (la società che commercializza i prodotti RAI), è d'accordo e sottolinea come i concerti e le opere prodotte dalla RAI siano molto apprezzati all'estero: «anche questo è un settore del Made in Italy, al pari della moda».
«D'altronde», ricorda Di Benedetto, «su tredici Fondazioni, undici hanno raggiunto gli obiettivi indicati dalla legge, cioè una determinata percentuale di contributi dagli sponsor. Questo nonostante una clausola impedisca ai privati cittadini di contribuire con più di mille euro».
L'unico settore che piange davvero è quello dell'industria fonografica, rappresentato da Alberto Pojaghi, presidente FIMI, che malinconicamente ammette una crisi profonda: «le vendite sono scese dell'11% negli ultimi dieci anni a causa dalla pirateria. Abbiamo più volte chiesto ai vari governi di darci una "Tremonti per il disco", cioè la detassazione degli utili reinvestiti, e il passaggio dell'aliquota IVA dal 20 al 4%. Ma per ora nessuno ci ha ascoltato».
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