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Nicola Luisotti
 

Una bacchetta allegra

 
Nicola Luisotti, direttore d'orchestra del Viaggio a Reims di Dario Fo. Una chiacchierata che parte da un parroco manesco e arriva a Genova
 
   

     
9 ottobre 2003
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di
Giulio
Nepi
   
Nicola Luisotti, direttore d'orchestra del Viaggio a Reims che venerdì 10 inagura la stagione del Carlo Felice e il Forum Fuori Tempo, ha quarant'anni, un irresistibile accento toscano e un cellulare con la musichetta della Bohème («saremo in due in tutt'Italia con Puccini sul telefonino»): riesce a trasformare l'intervista in una chiacchierata che finisce persino per attirare pubblico. È una persona disponibile, orgoglioso delle proprie umili origini («vengo da una famiglia semplice, i miei mi mandarono a studiare al Seminario perché era gratis»), innamoratissimo di sua moglie («stiamo assieme da vent'anni e cucina benissimo») pieno di interessi, compresi quelli che uno non si aspetterebbe da un direttore d'orchestra («non trovi anche te che Focus ultimamente sia un po' meno preciso?»).
Un flash su tutto: in conferenza stampa ha rubato la scena al grande Dario Fo.

Da dove nasce la tua passione per la musica?
«Mi ha cercato lei. Il musicista secondo me nasce così, sono doni che non si possono imparare: puoi studiare e analizzare, puoi anche diventare bravissimo. Ma alla fine devi avere un dono, come la modella che è bella o il giocatore di pallacanestro che è alto».

E come ha fatto la musica a trovarti? Come hai cominciato?
«Da bambino ero un po' discoletto: con gli amici mi infilavo di soppiatto in chiesa, arrivavo all'armonium e cominciavo a picchiare sui tasti come un forsennato. Un casino, col parroco che arrivava furibondo e noi che scappavamo. A dir la verità una volta mi acchiappò e mi diede anche uno scapaccione!».
Un bell'inizio, non c'è che dire!
«Mi piaceva, mi piaceva proprio quell'armonium, pensa che me ne ricordo ancora l'odore. Anche il parroco se ne doveva essere accorto sicché un giorno mi ci piazzò davanti e mi disse: "se io faccio così con le dita - zàn zàn - [e intanto mima la scena, ndr], tu sei in grado di ripetere?". E io "certo!" e rimetto le dita uguali uguali - zàn zàn. Un mezzo miracolo. Insomma, era un martedì e io la domenica dopo già suonavo alla messa. Avevo dieci anni».

Hai studiato piano, tromba, violino, canto, ovviamente composizione e forse qualcos'altro che dimentico. Cambia qualcosa nel tuo modo di vivere lo strumento da musicista o da direttore d'orchestra?
«Cambia l'atteggiamento. Col pianoforte ho un rapporto fin da bambino, mentre con l'orchestra naturalmente non è possibile. L'orchestra ti crea sempre un'insicurezza di fondo perché quelli che maneggiano gli strumenti sono altre persone: il piano è un pezzo di te, l'orchestra no».
Cosa vuol dire dirigere?
«Vuol dire "entrare dentro" il compositore e possedere un carisma che non si impara. Devi essere uno stimolatore di energia, se riesci a far passare questa elettricità con la tua bacchetta, loro faranno anche l'impossibile. La cosa che mi affascina di più è che i musicisti mi possono dare la loro storia, la loro esperienza, che è sempre diversa dalla mia. Quand'ero giovane ero violento, spocchioso, pensavo che il direttore fosse un essere superiore, adesso non più, ho imparato a mettere a frutto la ricchezza degli altri: sono loro i cavalli, tu devi soltanto lasciarli correre».

Ti piace il rock?
[Si illumina, ndr] «Ah! L'ho suonato un po' dappertutto: pianobar, crociere... ero nei Punto morto superiore, con noi c'era anche il futuro bassista di Zucchero. È stata una grande formazione, imprescindibile perché ti insegna a improvvisare».
E la musica colta contemporanea?
«Negli ultimi cinquant'anni la musica è diventata "interessante". Verdi e Mozart erano belli, sublimi, emozionanti. Ecco: la musica deve essere emozione, non deve essere "interessante"».

Dario Fo ti ha appena chiamato "il mio eterno amico Nicola": com'è stato lavorare lui?
«Quando facevo le prove con l'orchestra ogni tanto mi giravo, me lo riguardavo ben bene e mi dicevo "accidenti, è proprio lui!". Da ragazzino lo adoravo. Lavorare con lui è stato molto divertente, è un uomo di grande cultura, spiritoso, umano e curioso».

Conosci Genova?
«Sarò onesto: no. Sono già venuto al Carlo Felice, ma come hai visto il mio lavoro mi impegna tantissimo e non mi lascia tempo libero. Anche il rapporto col pubblico è relativo: un direttore d'orchestra ha più che altro un rapporto col compositore, la platea ce l'ha dietro alle spalle».
A proposito di fatica: lo spettacolo dura due ore e quaranta, come fai a non stramazzare al suolo?
«Quando dirigi è come un gioco, alla fine sei okay. Sono le prove semmai che ti distruggono».

Un'ultima domanda. Qual è il tuo autore preferito?
«È difficile rispondere. Diciamo così: è sempre quello che dirigo perché se lo dirigo vuol dire che mi piace. Non accetto mai autori che non mi piacciono, proprio perché per me dirigere un'orchestra è un gioco, non un lavoro»
 
 
 
 
 
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