Un
Dario Fo meno scoppiettante del solito, ma molto agguerrito nel difendere il "suo" Rossini. Il Nobel per la Letteratura è a Genova per gli ultimi ritocchi alla regia del
Viaggio a Reims che venerdì 11 ottobre aprirà la stagione del Carlo Felice, nell'ambito della rassegna
Fuori Tempo promossa dalla Fondazione Carige. Indubbiamente un evento.
«Sono girate strane voci», brontola Dario, abbigliato con l'abituale
mise nera, «sulle varianti che avrebbero intaccato la purezza di Rossini. Ci tengo a dire che non abbiamo toccato la musica, e che abbiamo apportato solo
piccole modifiche qua e là, ognuna con la sua logica. Ad esempio, ci siamo ritrovati con un tenore nero nel cast. Un americano, anche simpatico. Ma noi cosa ci facciamo con un nero in un consesso di nobili del 1825? Bé, ci siamo ricordati che Napoleone dalla Campagna d'Africa si era portato un po' di truppe indigene, soldati neri che ha condotto perfino in Russia. E c'era anche un generale, lo tenevano ben nascosto perché era nero, ma c'era. Ecco allora che per giustificare la presenza del tenore nero abbiamo potuto inserire un dialoghetto fra due nobili schifati, del tipo "è un regalo della Rivoluzione", "non c'è più religione"».
D'altronde non si deve dimenticare che il
Viaggio a Reims è stato smembrato per fare altre opere, «non esiste la partitura completa, il nostro è stato anche un lavoro di ricostruzione filologica». «E comunque per andare sul sicuro abbiamo chiesto e ottenuto l'
avallo di Philip Gosset, il direttore della
Fondazione Rossini, che ha collaborato con noi», aggiunge Nicola Luisotti, il direttore d'orchestra.
Storicizzare. Ecco il concetto intorno al quale Dario Fo sembra aver voluto ricostruire il suo
Viaggio a Reims. «Abbiamo riscritto alcune parti per acuire la funzione storica. L'errore dei colleghi che hanno ripreso la pièce è stato di spingere troppo sul tasto della leggerezza, dimenticando che fu il frutto di un ambiente terribile».
«Carlo X», attacca il Nobel riferendosi al
re francese, committente e protagonista indiretto dell'opera, «era un cialtrone in tutti i sensi. Faceva processare gli umoristi e i satirici perché facevano ironia sul rito dell'unzione, un rito che Carlo fece ripristinare dopo dieci secoli, prendendosi fra l'altro una scabbia multipla mentre ungeva un malato. Vi faccio inoltre notare che quest'idea dell'unto del Signore è stata ripresa da poco tempo anche in Italia... Diciamola tutta, era un tiranno, uno che ha vietato tutto, perfino i bordelli, tanto per gradire, non si sa mai. Ripristinò il potere totale della Chiesa, dandogli la direzione della cultura e delle scuole, restaurando la pena di morte per la bestemmia».
E qui spunta fuori il
Rossini artista impegnato, l'altro punto di riferimento della lettura che Fo proporrà al pubblico genovese. «Bisogna buttare nel cesso quest'idea di Rossini che faceva musica e poi andava a mangiare! Anzi,
era un autore molto coraggioso, che prendeva spunto dalla cronaca. Era provocatorio, detestava la nobiltà, fino quasi ad anticipare una sorta di lotta di classe. Prendete l'
Italiana in Algeri: è un simbolo della rivolta della donna italiana che si ribella al suo ruolo succube!
Anche nel
Viaggio a Reims sfotte i nobili. Si racconta che alla prima il re si addormentò, suscitando il sollevato commento di Rossini, "meno male, così non ha sentito i lazzi"».
Anche l'
inserimento di un'intera compagine di mimi e acrobati, voluto dal Nobel, risponde ad esigenze "filologiche". «È un'opera lunga, dura 2 ore e 45 e all'epoca era addirittura un atto unico. Proprio per ovviare a questa lunghezza,
Rossini amava usare tantissimi acrobati, clown, buffoni, danzatori. Nel
Barbiere di Siviglia c'erano ben quaranta elementi di questo tipo! Era lo stesso compositore che si preoccupava di sapere quanti clown o acrobati avesse a disposizione prima di scrivere la storia. C'erano cambi di scena a vista, continui, erano opere articolate in maniera vivace e fantasmagorica: vi capiterà di capire l'importanza della gestualità in un'opera d'arte dove la musica incombe».
Un'ultima battuta sul 2004, di cui si può a ragione dire che il
Viaggio a Reims costituisca il primo grande appuntamento.
Dario Fo ha pensato ad un piccolo omaggio alla città, inserito in un momento dello spettacolo in cui sulla scena c'è un tripudio di bandiere: «fra queste bandiere c'è quella genovese, il drappo di San Giorgio. Ha una bella storia la vostra bandiera, mi piace molto quella leggenda sugli inglesi che l'avevano comprata assieme alle reliquie del santo e del drago, che poi era un grosso coccodrillo.
Fu un bel bidone: il papa proprio quell'anno dichiarò che San Giorgio era un santo fasullo!».