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avventure di Josef e Alex.
Il vecchio Kaled sta morendo. L'uomo che ha contribuito a dare vita al vostro Josef sta combattendo la sua ultima battaglia, ma purtroppo senza nessuna possibilità di vincerla. È ricoverato in una clinica privata di Madrid con un cancro allo stomaco e varie metastasi in libera circolazione. Il suo calvario è cominciato tre anni addietro con il primo intervento subito a Il Cairo, città in cui si era trasferito nei primi anni 70. Ho frequentato mio padre solamente nei primi sei anni di vita e di conseguenza non posso certo dire di conoscerlo abbastanza, anche perché negli sporadici incontri degli ultimi trent'anni le nostre conversazioni assumevano i connotati di un manuale di frasi banali. Ma non poteva che essere così, ha fatto delle scelte che da uomo non voglio giudicare: il prezzo però l'abbiamo pagato tutti quanti, ed anche se lui - chissà - si ritiene in buona fede, dimenticare è meno facile che perdonare.
In ogni caso, per quanti errori che possa aver commesso, Kaled è giunto all'epilogo, ed è un epilogo amaro e doloroso e di questo, come uomo e come figlio, non posso provare indifferenza.
Da dieci giorni mi trovo a Madrid ospite di mia sorella Fatima e della sua famiglia: è stata lei a convincere il vecchio ad inizio anno a trasferirsi in Spagna, è una donna sensibile e generosa, peccato che noi si viva così distante e di conseguenza ci si veda raramente. In Spagna ho vissuto qualche mese nel 92, anno delle olimpiadi. Bisognava fronteggiare il pericolo che i separatisti baschi dell'Eta, approfittando dell'evento mondiale, mettessero in atto una lunga serie di attentati. Per sei mesi girai il Paese raccogliendo informazioni e seguendo "piste" più o meno sospette. Successe poco o nulla e di quella missione, in modo particolare, ricordo l'ospitalità e la simpatia della gente, le grandi mangiate di carne di maiale cucinato in ogni modo (per noi mussulmani è un grave peccato, ma data la circostanza ho chiuso entrambi gli occhi), ma soprattutto le ripetute sbornie prese, a volte in solitario, altre in compagnia.
Ogni giorno il taxi mi scarica davanti l'ingresso della clinica nascosta nel verde di uno dei quartieri più eleganti della capitale, ogni giorno varcandone la soglia mi auguro per lui che sia per l'ultima volta, ma ho capito una cosa: non è difficile solo nascere e spesso vivere, a volte anche morire diventa complicato. Salgo al primo piano di questo edificio dove i rumori sono ovattati e l'odore fresco di costosi disinfettanti riesce solo in parte a coprirne quello acre di merda in padella. Entro nella stanza di Kaled e lo vedo lì, in tutti i suoi 40 chili che scompaiono dentro il suo pigiama azzurro, rannicchiato in un letto con le sbarre con lo sguardo di chi già è andato, ma è ancora costretto a rimanere. Mi fissa con pupille taglienti, ultimo residuo di vita in un corpo consumato dalla malattia, che invocano pietà, mi avvicino a lui poggiandogli una mano sul braccio:
«Come va?», chiedo con scarsa convinzione.
«Più o meno», risponde con rassegnazione.
Mi siedo sulla sedia di fianco al letto e rimaniamo in silenzio assorti nei rispettivi pensieri tragici, i suoi più dei miei suppongo, poi arriva l'infermiera a misurare pressione, temperatura ed a fargli l'insulina. Kaled è diabetico, ed io osservo la scena inebetito e con una gran voglia di gridare «non fategli più un cazzo di niente! Lasciatelo morire in pace».
Però non grido, aspetto ancora qualche minuto poi mi alzo. Gli riappoggio la mano sul braccio che altro non è che uno strato di pelle sopra ossa scricchiolanti, ce la tengo qualche secondo prima di staccarla, lo guardo mentre sussurro:
«Ciao pà, io vado! Ci vediamo domani».
«Ok Josef», risponde con un filo di voce.
Esco dalla clinica pensando che non sia giusto morire in questo modo anche se sono conscio che non esista un modo giusto per morire, ma so per certo che esiste un modo giusto per vivere ogni giorno la propria vita, ed è per questo che non bisogna mai smettere di lottare.
Josef