Violenza sulle Donne Disabili, una ferita dimenticata

Violenza sulle Donne Disabili, una ferita dimenticata

Un fenomeno che troppo spesso viene dimenticato. Quando le vittime di abusi sono le persone più deboli. La riflessione di Maria Pia Amico 

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Giovedi 1 dicembre 2016

Lo scorso 25 novembre si è celebrata la Giornata Internazionale per L’Eliminazione Della Violenza Sulle Donne. Si è scelta questa data in ricordo della brutale uccisione di tre sorelle attiviste dominicane nel 1960.

Sarebbe un discorso troppo lungo affrontare le motivazioni della violenza di genere. Vorrei piuttosto soffermarmi su un aspetto poco trattato e conosciuto ma forse anche più grave, cioè la violenza su donne disabili.

Fare violenza è già di per se un atto esecrabile ma farla su una donna o un bambino diventa abominevole, ancor di più se su disabili, in particolare donne, perchè più deboli ed esposti ad ogni tipo di sopruso.

È indubbio che nell'immaginario collettivo le donne con disabilità siano viste come asessuate, prive di charme, di attrattiva e quindi incapaci di suscitare emozioni e desideri. In realtà le statistiche parlano chiaro; moltissime delle donne violentate sono disabili ma solo il una bassa percentuale denuncia il fatto, sia per vergogna, senso di colpa, sia per ignoranza e omertà di familiari o di chi sa.

Secondo un recente convegno tenutosi a Roma dal titolo Ferite dimenticate: prospettive di genere sulla violenza sociale si è detto che si stima che, in Europa, ancora oggi le donne che subiscono violenza siano tra un quarto e un quinto della popolazione femminile, e che il numero raddoppi nel caso delle donne con disabilità, poiché esse sono discriminate sia in quanto donne, che in quanto disabili. Eppure, nonostante questi numeri, questo aspetto del fenomeno è ancora poco conosciuto, e sono poche le associazioni di settore che se ne occupano. Si è fatto riferimento ad uno studio che ha coinvolto 415 donne con disabilità, e che ha dimostrato una connessione fra disabilità motorie, l’isolamento sociale e la probabilità di subire violenza.

Il caso di Emanuela fa capire bene questa connessione. La ragazza, dopo che il medico curante le ha sconsigliato di continuare a fare equitazione per via della postura rigida dovuta alla tetraparesi spastica, aveva posto tutte le speranze in un fisioterapista il quale le assicurava dei miglioramenti se avesse fatto certi esercizi con lui. Ma quegli "esercizi" non erano altro che rapporti sessuali, solo che lei non se ne rendeva conto non avendo ricevuto nessuna educazione sessuale nè a casa, nè a scuola. Solo dopo aver raccontato tutto alla madre la storia è venuta a galla e si è conclusa con regolare processo, con una giusta condanna al violentatore.

Non sempre si trovano dei giudici e inquirenti preparati a questo tipo di situazioni. Molte volte non danno il giusto peso o scambiano per "fantasie" le storie di violenza raccontate da donne disabili, soprattutto se con problemi psichici o psicologici.

Occorre una grande rivoluzione culturale, a cominciare dalla scuola che deve insegnare il rispetto reciproco e l'uguaglianza sia di genere, sia fra normodotati e disabili. Anche una buona educazione sessuale eviterebbe casi come quello di Emanuela, insegnando come reagire e difendersi da chi vuol solo fare del male. Pure le famiglie devono collaborare non isolando il congiunto disabile e collaborando con le autorità competenti, senza vergognarsi del fatto accaduto.

Molte donne, disabili e non, subiscono violenze di ogni tipo: strutturali, fisiche, verbali, psicologiche e finanziarie. Ma fino a quando non si libereranno della vergogna, dei sensi di colpa e della paura, e non prenderanno coscienza di sè, pretendendo strutture e consultori adeguati la violenza continuerà a germogliare e crescere indisturbata, facendo vittime indifese.

Maria Pia Amico

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