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Qui non c'č nessuno

 
Tra i ricordi felliniani e il languore di un lungomare deserto. Una cittą a misura d'uomo. Il reportage da Rimini di Giovanni Villani
 
   

     
15 marzo 2003
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rimini
Rimini d'inverno ricorda subito una famosa canzone di Enrico Ruggeri, portata al successo nella memorabile interpretazione di Loredana Berté.
Piombarci, e per la prima volta, in questa stagione non è, come si dice, comune.
L'immagine che ci si porta dietro, ben salda nella testa, è quella inculcata ormai da decenni dai mass media, non so se voluta dai riminesi.

La notte trasformata in giorno, i viali straripanti di automobilastre, veicoli vari e personaggi di tutti generi e conciati in tutte le fogge, i locali, le discoteche dalle tendenze contemporanee e/o anticipatrici, trasgressive o nostalgiche.
Insomma, la sublimazione del concetto di divertimentificio.
Poco o nulla di tutto ciò, trovo in quest'inverno 2003.
L'impressione che Rimini dà, è quella di una cittadina a misura d'uomo.
Gli abitanti che girano in bicicletta per un centro storico piccolo ma pulitissimo e in gran parte pedonalizzato, i bambini che tornano da scuola con la cartella a tracolla, i pensionati con il Carlino sottobraccio e i sacchetti della spesa in mano.

Seguendo la strada lastricata, m'imbatto nella giostra coi cavallucci a dondolo, sistemata nella piazza principale, tra due gioielli del patrimonio storico-archeologico e artistico nazionale, l'Arco Romano e il Tempio Malatestiano.
Gli edifici non superano di norma i tre-quattro piani. Parecchie le villette con giardino, dalle deliziose decorazioni di epoca liberty, ricordi ed emblemi di un turismo di molta élite e poca massa.

Svetta un solo grattacielo, invero non mi pare un gran che dal punto di vista architettonico e somiglia ad un fungo mal cresciuto, forse necessario, forse frutto di speculazione, chissà.

Molti sono gli alberghi e le pensioni, ed è ovvio.
Alcuni con coraggiosi e non ben ripagati (data la scarsa presenza di turisti) cartelli aperto tutto l'anno, a volte con traduzione francese e/o tedesca e/o inglese.

Ma di parlate straniere se ne sente solo qualcuna dei Paesi dell'Est.
Sul lungomare, libero/liberato dall'ingombrante presenza delle auto, sono concentrati lussuosi e moderni, o rimodernati, gli splendidi hotel da quattro stelle in su.
Tuttavia la vera sorpresa è la spiaggia, ovvero vederla, la spiaggia.
Infatti i mezzi di comunicazione ci trasmettono solo (o quasi) una duplice vista: dall'alto i cerchietti degli ombrelloni, dal basso la selva degli alberi di sostegno e, comunque, laggiù in fondo il mare che, per un ligure giramondo, bello non si può davvero definire.
Quel mare che, nelle immagini, s'intravvede soltanto, nascosto dalle muraglie di cabine, parasoli, lettini e sdraio, tucul et similia.

Passeggio sulla battigia con pochi concorrenti. Un paio di cani inseguono scatenati il solito pezzo di legno, una coppia sbuffa facendo jogging. Si può passare qualche minuto-relax a raccoglier conchiglie, tra anemoni di mare che emergono numerosi dalla infinita distesa di sabbia fine.

E alla fine, si può andare, verso mezzanotte, alla ricerca del Grand Hotel di amarcordiana memoria, davanti al Parco Federico Fellini: è sfizioso, e girarci intorno riscalda anima e corpo, intirizziti dal freddo pungente.
Ed è tanto piacevole.

Giovanni Villani
 
 
 
 
 
 
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