Charles Bukowski non amava il pubblico. Quando doveva affrontare un reading, leggere le sue poesie davanti a una platea, non mancava mai di ubriacarsi preventivamente, tanto per farsi coraggio. Del resto, dando un'occhiata ai suoi scritti (che siano versi, racconti o romanzi), sembrerebbe che il vecchio Hank si ubriacasse sempre, a prescindere dalle occasioni. Il mito del poeta maledetto dedito a fottere e bere, è duro a morire.
Ma Bukoski è molto di più.
Un codardo, scriveva lui.
Un genio, azzarda
Giorgio Gallione, che affida ad
Alessandro Haber il compito di impersonarlo nel suo nuovo spettacolo,
Bukoski (confessioni di un genio), in scena
dal 15 al 18 gennaio al Teatro Modena (inizio spettacolo alle 21).
Ebbene, risulta difficile immaginare lo scrittore intento a confessarsi davvero in un teatro. Troppo timido, introverso. Ma in fondo, cosa faceva ogni volta che scriveva una riga, che la diceva in pubblico, se non mettersi a nudo, raccontarsi? Una confessione che non cerca assoluzioni. Haber garantisce un Bukowski tormentato e fanfarone, cinico e debole. Soprattutto, terribilmente solo. L'ambientazione, una stanza squallida, piena di sedie sfondate, con bottiglie vuote un po' ovunque, una macchina da scrivere, è quella giusta: una delle tante camere da poco in condomini fatiscenti che popolano le pagine di
Storie di ordinaria follia o di
Post Office (tanto per citare due titoli). E poi, ovviamente, ci sono le parole di Hank, le poesie, i racconti, o semplici pensieri lasciati per sempre su un foglio: Haber gioca con quelle parole, le fa sue, le dà in pasto allo spettatore, le mischia con la musica del
Villotti-Battisti jazz ensemble, che lo accompagna sul palco.
La sensazione è di trovarsi di fronte all'ultimo atto di un uomo fuori dal coro, giunto al passo d'addio. Ma non c'è spazio per la compassione. Piuttosto, il gusto di essere se stesso fino alla fine, ironico, spregiudicato, sincero. E, alla fine dei conti, solo.
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