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Ma come parli?

 
Benedetta Craveri, nipote di Benedetto Croce, parla d'arte della conversazione e società civile. Ancién Régime e savoir vivre a Fuori Pagina
 
   

     
15 novembre 2002
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Conversare è un'arte, e lo sa bene Benedetta Craveri autrice de "La civiltà della conversazione" ricerca storica sui salotti di Parigi tra la fine del Seicento e il Settecento dove l'aristocrazia, allontanata dal potere, celebrava i riti della conversazione. Si è concluso, così, con un il piacere di una "chiacchierata" interessante, il convegno internazionale sulla letteratura Fuori Pagina, organizzato della Fondazione Carige.

L'arte di vivere e la nascita della società civile è questo il tema su cui si sono confrontati la storica, nipote di Benedetto Croce, e il giornalista Franco Manzitti di La Repubblica.

Con un avo così illustre la Craveri non si poteva sottrarre alla domanda su suo nonno, ma la risposta non soddisferà il palato dei più curiosi. «Voglio mantenere un impegno solenne preso con mio fratello», afferma serena, «mio nonno era un grand'uomo che abbiamo deciso di non amministrare famigliarmente». Poche parole e un sorriso e si entra nel vivo della discussione.

E alla domanda provocatoria su cosa ha da dire all'umanità di oggi il vivere sociale dell'ancien régime, l'abile interlocutrice risponde: «quest'élite di aristocratici oziosi, sono all'origine dell'idea moderna di società civile. Si tratta di un gruppo di persone che a un certo punto decide di poter scegliere autonomamente cosa pensare dell'arte, della letteratura e del mondo in genere. E per farlo prende le distanze sia dalla corte, e quindi dal potere politico, che dalla Sorbonne, e quindi dai dotti del tempo, che dai rappresentanti del potere religioso. È una società in cui si impone l'utopia della pace, del saper vivere con gli altri». E poi cita Montesquieu, «si dice che l'uomo è un animale socievole. Allora, il francese è uomo più degli altri».

E per quanto riguarda la conversazione afferma: «ieri parlare con l'altro significava avere voglia di conoscerlo e di scoprire cose nuove in se stessi con piacere. Oggi mi sembra che quando si sta insieme, e si parla, si rasenta l'autismo. Usiamo la conversazione per auto-gratificarci, per colmare la nostra insicurezza e questo non ci permette né di conoscere il nostro interlocutore, né di divertirci. La regola del conversatore contemporaneo è sopraffare l'altro».

E le regine del saper ascoltare furono le donne, allora eccezionalmente integrate nel mondo del savoir vivre. Sono loro, infatti, che ne regolano i riti, dettano legge in fatto di cultura e arte. «Certo, il loro ruolo è così importante perché così prevede l'etichetta maschile, comunque sia le donne diventano un modello», continua Craveri, «le donne che dal punto di vista del diritto sono delle schiave, che non hanno compiuto né studi elevati, né hanno subito un'educazione importante, diventano esempi da seguire».

Insomma, volete che vi sveli il segreto per una conversazione degna di questo nome? La regola senza la quale non si può proprio farsi una chiacchierata? Il silenzio.
 
 
 
 
 
 
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