Gabriele Salvatores è nato a Napoli e cresciuto a Milano. Ma ha un legame particolare con Genova.
«Ci venivo spessissimo da bambino, un po' sono cresciuto qui». Partecipare all'incontro organizzato dalla Fondazione Carige con Niccolò Ammaniti e Piera Detassis alla Sala Sivori (leggi il racconto dell'incontro), domenica 10 novembre, è stato un po' come tornare a casa. Ma il regista premio Oscar con Mediterraneo ha un altro forte legame con la nostra città.
Salvatores, lei ha girato il video di Anime Salve, per Fabrizio De André. Cosa ricorda di quell'esperienza?
«È stata un'esperienza meravigliosa con una persona meravigliosa. E non parlo solo del cantante. Tra l'altro penso che quello sia uno dei pochi video di De André, quindi è un onore ancora maggiore. Ed è anche una delle poche cose che ho fatto che mi piace sempre quando la rivedo».
Nella sua carriera di regista lei ha già portato al cinema tre romanzi. Che cosa deve avere un libro per diventare un buon film?
«Deve avere innanzitutto una storia forte. Un plot preciso, chiaro e semplice. È molto più importante rispetto all'approfondimento psicologico dei personaggi. Ed è altrettanto importante che ci sia un'ambientazione interessante».
Come sono stati i rapporti con gli autori dei libri dai quali ha tratto i suoi film?
«Ogni volta è stato diverso. Con Cacucci c'era una sintonia di gusti un po' su tutto: musica, viaggi, politica... è stato fin troppo naturale e semplice fare il film.
Con Starnone c'è stato un rapporto a distanza improntato sulla massima fiducia e sul rispetto reciproco. Lui non ha voluto entrare nel film, mi ha lasciato fare.
Con Ammaniti è stato ancora diverso. Di Niccolò ho una grande stima intellettuale: mi piace la sua ironia interna. È una persona con la quale potremmo essere amici anche indipendentemente dal fatto che si lavori insieme o meno. Magari amici che non si vedono spesso, ma che stanno bene assieme».
Cinema, letteratura... qual è secondo lei il mezzo di comunicazione che meglio rappresenta la realtà odierna?
«Sicuramente Internet. Perché è quello che meglio trasmette il senso di contemporaneità degli avvenimenti. Una volta si diceva "un pozzo di saggezza", perché si intendeva il sapere in senso verticale, come qualcosa per la quale si dovesse scavare in profondità. Oggi la cultura è una rete, con tanti link e snodi tutti legati, che si apre in senso orizzontale».
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