Finisce in pareggio l'incontro (molto) amichevole tra cinema e letteratura. Una "partita" divertente, che ha soddisfatto il pubblico accorso numerosissimo al Cinema Sivori per assistere alla conversazione tra lo scrittore
Niccolò Ammaniti (a destra nella foto) e il regista premio Oscar
Gabriele Salvatores (a sinistra nella foto), organizzato dalla Fondazione Carige all'interno delle iniziative legate al convegno
Fuori Pagina. Arbitro dell'incontro la direttrice di Ciak
Piera Detassis (al centro nella foto).
Salvatores e Ammaniti sono reduci dalla collaborazione per la realizzazione del film
Io non ho paura, tratto dall'omonimo, fortunatissimo, romanzo dell'autore romano.
«Ci siamo conosciuti a una cena da amici, e ci siamo intrattenuti con un indovinello. Quando è uscito il libro, Niccolò me ne ha mandato una copia. Io l'ho letto, e ho cominciato a vedere il film», spiega Salvatores.
«Sapevo che
Io non ho paura era un libro molto cinematografico perché prima di diventare un romanzo era un soggetto. Volevo una storia da realizzare, magari come produttore, in digitale, a basso costo», racconta Ammaniti. «Era un periodo che stavo scrivendo un romanzo grande, erano quattro anni che gli editori me lo chiedevano e a me mancavano ancora trecento pagine. La cosa mi faceva stare male, allora ho preso il soggetto e in sei mesi l'ho fatto diventare un romanzo e l'ho consegnato». A chi gli chiede se si cimenterà mai alla regia confessa la paura di confrontarsi con una grossa produzione («preferirei un gruppetto di persone di cui potersi fidare»), e comunque non trarrebbe mai un film da un suo romanzo, «perché quando lo hai scritto lo hai già prosciugato». A chi gli chiede cosa ne sia del libro che stava scrivendo prima spiega che «prima è stato in coma. Adesso è diventato un donatore di organi: quando mi chiedono un racconto, lo prendo da lì, lo sto smembrando». Infine confessa di essere pigro: «se non mi chiedessero le cose non scriverei. E comunque non scrivo a casa: c'è la televisione, il computer, mi distraggo troppo».
Poi lo scrittore sferra un attacco al cinema: «la letteratura ha una marcia in più. L'autore non ti decide la faccia del protagonista, la musica, l'inquadratura: si limita a suggerire. Un libro lo fanno al 50% lo scrittore e al 50% il lettore. Per questo ci vogliono anche buoni lettori. Al cinema è il regista che decide per te: ti fa vedere come lui legge la storia». E Salvatores conferma. Invece di lanciarsi in una crociata in difesa della settima arte, dichiara che ha letto molti più libri di quanti film abbia visto. «Sono d'accordo. Il cinema è fatto per inquadrature: significa che il regista sta decidendo come farti vedere una cosa. La cosa a cui assomiglia di più al mito della caverna di Platone». Poi, su sollecitazione del pubblico, corregge il tiro: «esiste anche un cinema che lascia spazio allo spettatore, alla sua interpretazione. Certo, non quello d'azione, con montaggio serratissimo, che ti dà una visione obbligata. Dipende da chi è che fa i film».
Riguardo alla collaborazione dichiarano che è filato tutto liscio: «Gabriele non ha voluto entrare nella sceneggiatura, non ha dato suggerimenti. Ed è stato meglio così, perché o il regista entra decisamente nella scrittura o e meglio che non se ne occupi: è fastidioso il Grande Fratello che ti alita sul collo per vedere cosa fai». Forse perché Salvatores non ha bisogno di firmare la sceneggiatura per sentirsi autore con la "A" maiuscola: «Io sono cresciuto negli anni '70, e ho un po' questa idea di gruppo. Per me autore è lo sceneggiatore, l'attore, l'operatore, chi fa la colonna sonora... A me basta quello che faccio con gli attori e con la macchina da presa».
Del resto neppure Ammaniti è stato invadente: «andare sul set è noioso, perché o hai qualcosa di concreto da fare o fai delle chiacchiere inutili. Poi c'è sempre quella sensazione di vedere qualcuno che fa le cose diversamente da come le avresti fatte tu. Si, vabbé, uno se ne fa una ragione, ma è un po' come dividere la stessa donna...».
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foto di simone.ortolani e giacomo.revelli)