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Genova, l'unica cittą affascinante

 
Fernanda Pivano interviene a Fuori Pagina. Una dichiarazione d'amore per la sua cittą e il mare. E un invito cantando: non fate la guerra
 
   

     
09 novembre 2002
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«Io sono genovese: vi sembro chiusa? Io sono simpatica». Smentisce il luogo comune dei genovesi musoni, Fernanda Pivano, nella conversazione pubblica organizzata dalla Fondazione Carige nell'ambito degli eventi collegati al convegno Fuori Pagina. Genovese e con un nonno scozzese, la meravigliosa traduttrice e scrittrice, eppure così generosa nel darsi al pubblico. Risponde con il sorriso, prendendosi in giro, alle domande del vice direttore del Secolo XIX Mario Paternostro (a destra nella foto). Racconta della sua infanzia, in corso Solferino, in una casa vittoriana. Parla del padre banchiere inaccessibile («mi riceveva nell'ufficio il sabato per darmi un libro da leggere») che fumava il sigaro Virginia e aveva una nave «che affondò il giorno dell'inaugurazione». Parla della madre tutta fiera del marito, ma che poi piangeva di nascosto perché la cornificava, «tanto, tranne la guerra, si può fare tutto», spiega. Canta: un verso della canzone che Jovanotti le ha dedicato, qualche strofa di Ma se ghe pensu, e finisce, sempre in musica, con l'invito «fate l'amore non fate la guerra», che è anche il suo consiglio per Genova Capitale della Cultura.

Cerca di farsi invitare da James Harrison (a sinistra nella foto), presidente della Fondazione Bogliasco, nella residenza per artisti nella cittadina rivierasca (leggi anche Alla ricerca delle Muse perdute). «Venga anche domani, abbiamo una stanza libera», accetta entusiasta Harrison. Dichiara il suo amore per il mare, che «è una malattia, e credo che qui l'abbiamo tutti», e per Genova, la sua città, «l'unica veramente affascinante». Ricorda gli esordi, la traduzione dell'Antologia di Spoon River in epoca fascista, "un libro con il quale il Governo non andava d'accordo. A quei tempi ci voleva coraggio", come scrisse De André, «e questo è il mio Nobel».

Fabrizio De André, che aveva la voce più bella, assieme a Pavese. Pavese che «mi ha insegnato le poche cose che so. Perché io sono una cretina, se non fossi cretina, con i maestri che ho avuto, chissà che persona sarei». Hemingway che le ha insegnato a scrivere, «ma non ci sono mai andata a letto, sempre perché sono una cretina». Di De André ricorda la timidezza e l'umanità, ma anche che non sopportava di perdere a scopa. Di Pavese che fu arrestato in classe, davanti ai suoi occhi. Di Hemingway che le mandò una cartolina da Cortina e lei pensò che qualcuno le avesse fatto «uno scherzo stronzo». Di Kerouac dice che era bellissimo, «madonna quanto era carino. Non aveva gli occhi azzurri: erano blu come non ce ne sono». Confessa che quando si sedeva a fumare il joint con l'autore di On the road, con Ginsberg e con Corso («insieme abbiamo fatto un sogno buddista di pace») lei in verità non aspirava. «Però poi, quando le signore con le perle mi offrivano una sigaretta rispondevo "no grazie, fumo solo marijuana"».

Per conoscere i prossimi appuntamenti di Fuori Pagina consulta il programma su .

(foto di Silvia Ambrosi)
 
 
 
 
 
 
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