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abraham yehoshua
 

La letteratura non è più importante

 
Yehoshua chiede un ritorno d'attenzione al conflitto morale. Cerami parla di scrittura e silenzi. Grandi interventi a Fuori Pagina
 
   

     
08 novembre 2002
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«La letteratura contemporanea è molto letta, ma non è più importante. L'uscita di un libro non è più un evento, non ci aspetta più di imparare qualcosa da un romanzo». Parla con foga, Abraham Yehoshua (foto sopra), uno dei massimi scrittori contemporanei, intervenendo alla seconda giornata del convegno Fuori Pagina al Palazzo della Borsa. Parla di una letteratura che ha abdicato alla sua missione: «ormai le letterature europee e quella americana hanno abbandonato la questione sociale, il conflitto morale. Lo hanno lasciato alla televisione e ai media che affrontano gli argomenti in maniera più veloce e sbrigativa». L'unica oasi è nelle periferie del mondo, che sono più vitali. La soluzione, propone Yehoshua, è una letteratura che ricrei come in laboratorio i problemi morali, per farne un modello. «Uno scrittore può immaginare. La televisione e i giornali devono attenersi alla realtà, quindi hanno meno potenzialità». Il rischio è di lasciare il ruolo morale alla religione, «e la religione, con il fondamentalismo, distruggerà il XXI secolo. La letteratura non morirà mai: sarà ovunque, ma scomparirà se non si farà la vera letteratura».

Di religione parla, ovviamente, anche padre Ferdinando Castelli. Lo studioso Gesuita interviene assieme a Yehoshua, a Vincenzo Cerami (foto sotto) e ad Arrigo Petacco al dibattito sui luoghi delle narrazioni. Un argomento vasto e complesso, come ammonisce il moderatore, il professor Cesare De Michelis. Padre Castelli concede una valenza conoscitiva alla scrittura: «la letteratura può arrivare a descrivere Dio. Lo descrive di spalle, può arrivare a intuirlo. E percepisce la nostalgia, la tensione al non conosciuto». È un lungo e dotto excursus, quello dello studioso Gesuita, che, attraverso le angosce kafkiane, i dubbi montaliani, la patoteologia di Caproni, il deserto oltre il quale Buzzati intuisce la luce, arriva all'elaborazione della morte di Eugene Ionesco (nella Ricerca Intermittente concepisce 68 modi di morire) nell'atto di "reimparare Dio".

Un discorso molto elaborato, che porta i termini della discussione molto in alto, toccando le vette della metafisica. Il premio Oscar Vincenzo Cerami lo riporta in basso, «alla falegnameria. Io non ho un concetto alto della scrittura, la vivo come coazione, come un momento di nevrosi anche pesante». Racconta poi di come abbia deciso di fare lo scrittore grazie alla conoscenza di Pier Paolo Pasolini, suo professore alla scuola media di Ciampino. Spiega il tentativo di conquistare il giovanissimo insegnante con un tema libero, «una gita in montagna. Inventai tutto, perché nessuno di noi era mai stato in montagna». Per lui la scrittura è un modo di raccontare se stessi parlando d'altro, «o parlare d'altro raccontando se stessi. Nella vita noi parliamo circa un'ora al giorno. Il resto è silenzio. Silenzio durante i quali elaboriamo lutti, viviamo amori, sfidiamo il mondo. L'espressività, in partenza, non è un fatto estetico, la scrittura è un modo per dare voce al silenzio».

Anche Arrigo Petacco, a suo modo, scrive per dare voce a dei silenzi. «Io non sono uno scrittore» esordisce, «sono solo un giornalista che ha fatto molta gavetta. Il mio primo articolo lo lessi su un foglio con il quale mia madre aveva incartato i fagiolini al mercato». Una gavetta che lo ha portato a diventare cronista prima a Genova, poi a Milano. «Poi mi è capitato di scrivere dei libri di storia. Ho voluto raccontare personaggi dimenticati o emarginati, come l'anarchico regicida Gaetano Brescia o il prefetto di ferro che mise in ginocchio la mafia, avvenimenti taciuti o rimossi».

Consulta il sito www.fuoripagina.it per il programma degli eventi collegati al convegno.

(foto giacomo.revelli e simone.ortolani)
 
 
 
 
 
 
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