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Fernanda Pivano tornare a Genova, la città dove è nata ottantacinque anni fa, vuol dire tornare alle origini. La scrittrice, traduttrice e critica, colei che ha fatto conoscere in Italia la Beat Generation, uno dei fari della cultura del nostro paese, sarà protagonista del convegno
Fuori Pagina organizzato dalla Fondazione Cassa di Risparmio Genova e Imperia nelle giornate del 7 e del 9 novembre.
Quando la raggiungo telefonicamente è impegnatissima in un trasloco, ma accetta ugualmente di rilasciare un'intervista, perché, dice, quando sente la parola magica "Genova" non sa resistere.
Signora Pivano, che cosa rappresenta per lei questa città?
Significa amore, nostalgia e dolore. Soprattutto nostalgia per un'infanzia e un'adolescenza "stellanti", trascorse tra la casa di via Solferino e la scuola Svizzera in corso Peschiera. Una scuola con un giardino meraviglioso, pieno di fiori.
E nel futuro di Genova cosa vede? Qui non si fa altro che parlare del 2004, quando la città sarà capitale europea della cultura...
Io spero che il 2004 sia un incentivo. Questa città ha dato tanti intellettuali meravigliosi, basti pensare a Fabrizio De André. Certo ce ne sono stati altri, per esempio Sanguineti, ma Fabrizio è nel mio cuore. Ebbene, spero che questa scadenza sia uno stimolo perché Genova possa dare ancora molti intellettuali: è il mio augurio alla città che amo.
Il convegno Fuori Pagina ha come obiettivo di indagare il rapporto tra tecnologia e letteratura. Lei cosa ne pensa?
La tecnologia non è che mi spaventi, ma io non riesco nemmeno ad aprire una lattina di Coca Cola... Non so accendere un computer, e mi trovo tutti i giorni spaesata. Ma è colpa mia, perché il mondo deve andare avanti... però a me piacerebbe poter viaggiare ancora in portantina.
E la poesia che spazio può avere in questo mondo votato all'hi-tech?
Purtroppo la poesia e la letteratura sono in grande pericolo, per le pressioni economiche che, come diceva il mio amico Ginsberg, hanno avvelenato "le migliori menti della mia generazione". Ormai c'è più economia che poesia... e la politica. Quando mi chiedono di politica rispondo: "parliamo di sesso, piuttosto".
La poesia come antidoto dei mali del mondo?
La speranza è che siano gli artisti a ispirare la gente. Penso che la poesia possa servire perché i poeti sono i primi a commuoversi e a soffrire per raggiungere, non dico le coscienze, ma almeno la consapevolezza delle persone. Io ho scritto per tutta una vita sperando di spingere la gente alla pace, e adesso mi considero fallita. Ecco, vorrei che Genova, nel 2004, diventasse capitale di pace.
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