El reverendo Pedro arriva a Genova con la sua valigetta nera. «Quando alla dogana mi chiedono cosa c'è dentro, rispondo "poesia"», anche se la scritta è inequivocabile: "free grass for working class", "erba libera per la classe lavoratrice". È una valigia da emigrante: Pedro Pietri è nato a Portorico nel 1944, ma si è trasferito con la famiglia a New York quando aveva tre anni. E nelle sue poesie porta la condizione di "diverso", di persona ai margini della società. È il più carismatico e il più famoso dei poeti
nuyoricans (ovvero newyorchesi e portoricani). Il reverendo, appunto.
È a Genova, in questa calda serata di novembre, per inaugurare il ciclo di eventi collegati al convegno
Fuori Pagina organizzato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Genova e Imperia: completamente vestito di nero, cappello a tesa larga, guanti senza dita, giacca, pantaloni, camicia, occhiali da sole e capelli corvini raccolti in una treccia, la sua è quasi una benedizione. A metà tra il guitto e lo sciamano, gli occhi penetranti, la voce ora pacata ora stentorea, legge le sue poesie, le cantilena, le urla. Le modula come una melodia. Recita in un inglese sporco, e Mario Maffi, l'amico-scopritore-traduttore italiano cerca di stargli dietro. Traduce come può, a volte rinuncia, a volte deve impegnarsi a perdifiato in una specie di gara con il poeta.
Pietri fa riscoprire ai genovesi la tradizione di una poesia prettamente orale: i suoi versi sono in continua evoluzione, cambiano di intonazione, ma possono cambiare anche nelle parole, ammonisce Maffi. Vivono del rapporto con il pubblico. E il pubblico si diverte, applaude, ride a scena aperta. La poesia di Pietri infatti è corrosiva: niente e nessuno è al riparo dai suoi versi.
Il disagio mentale: "benvenuto al telefono amico psichiatrico... se soffri di dipendenza affettiva fai schiacciare da qualcuno il tasto 2; se soffri di personalità multipla schiaccia i tasti 4, 5 e 6...".
L'amore: in
Poesia d'amore seria spiega di essersi innamorato della sua porta perché è "più bella del pavimento e non ti si deve spazzare e lucidare per farti splendere".
Gli Stati Uniti:"mia nonna ha trascorso gli ultimi 25 anni in questo grande magazzino chiamato America e non sa una parola di inglese: quando si dice l'intelligenza".
La guerra: "la guerra è stata uno sballo: abbiamo mangiato, scopato, poi ci hanno anche amputato qualcosa. Qualcuno è stato tanto fortunato da morire e non tornare in America in un futuro prossimo di sussidi di disoccupazione". Pietri è stato in Vietnam, e si dichiara «orgoglioso di essere complice di quella sconfitta»: tornato dal fronte, nel 1973, ha scritto
Puerto Rican Obituary, la poesia che lo ha imposto all'attenzione dei critici. «Ho dedicato questa poesia a mia madre. Quando l'ha letta lei mi ha dato uno schiaffo, dicendo "non è così che ti ho educato"». Proprio con la lettura dell'
Elogio funebre portoricano, si chiude la performance di Pietri in Galleria Mazzini: il testo è duro, crudo, non lascia spazio a pietismi. Il finale è per le foto e la firma degli autografi, «ma presentatevi con una penna nera. Se vede una penna blu non firma», ammonisce Maffi.
Per consultare il programma dei prossimi incontri di Fuori Pagina consulta il sito
www.fuoripagina.it.
(
foto di giacomo.revelli)