di Calogero Messina
Le banche ti regalano un fucile se apri un conto presso i loro sportelli. Si spara ai birilli del bowling perché ricordano meglio le fattezze umane. C'è chi vi dichiara: «Un americano ha la responsabilità di essere armato». Qualcuno non conosce Gandhi, qualcun altro fabbrica napalm a casa e si diverte a preparare le "pietanze" tratte da
Il ricettario dell'Anarchico. Sul serio, c'è gente che dorme con una 44 Magnum sotto il cuscino e crede che l'anonima, pericolosa e violenta minaccia urbana sia sempre rappresentata da un nero.
Questa è l'America e questi sono gli americani che
Michael Moore racconta nel suo divertente e straziante documentario
Bowling for Columbine (l'unico, in quarantasei anni di storia, selezionato per concorrere alla Palma d'Oro del Festival di Cannes). Partendo dal massacro degli studenti del liceo di Colombine, proseguendo per l'omicidio di Kayla Roland, una bambina di sei anni uccisa a scuola da un suo coetaneo a Flint, nel Michigan, per arrivare ai tragici eventi dell'11 Settembre e a tutto ciò che ne è scaturito, Michael Moore intraprende un viaggio nel cuore dell'America per indagare, in tempi di patriottismo sfrenato, sulla follia collettiva americana dell'uso e possesso delle armi.
Con un umorismo tagliente il regista ci mostra il lato oscuro del suo Paese, riportando cifre precise e dati statistici (11.127 persone uccise da arma da fuoco in USA rispetto alle 155 in Canada o alle 68 in Gran Bretagna. Incremento del 70% nella vendita di armi e del 140% nella vendita di munizioni, sempre in America, dopo il crollo delle Twin Towers). Illustra la sua "personale" teoria dello stato di tensione permanente (reo di questa folle corsa individuale all'armamento) creato dal governo americano e dalle notizie di tutti i telegiornali: Moore registra l'inesorabile declino di valori del suo popolo. Ci fa così scoprire il vero cinema d'inchiesta, quello capace di interviste scomode e di affrontare tematiche "bollenti" mai addolcite o addomesticate. Ci fa anche sorridere con sincerità e vero gusto della provocazione (in una sequenza esilarante, Moore va in giro per le case di un quartiere di Toronto aprendo le porte, che non sono chiuse a chiave, e ringrazia gli abitanti per non avergli sparato) e ci stordisce con l'immediatezza e schiettezza di parole e immagini mai filtrate (devastante l'incontro/intervista con il divo Charlton Heston, il Mosè cinematografico convertito all'uso delle armi e che dichiara "candidamente" di sentirsi a proprio agio a casa con un'arma carica).
Per sapere dove puoi vedere
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laura.santini