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Una pioggia incessante bagna set, attori, comparse, regista, tecnici e anche me. Alla stazone marittima incombono nuvole grigiastre e acqua per gli Indesiderabili. Film che Pasquale Scimeca sta finendo di girare a Genova in questi giorni.
Dopo ******<cont="953">******, storia di un omicidio, quello di un sindacalista impegnato a sostenere i contadini in lotta per le proprie terre, ecco che il regista siciliano gira una nuova storia di vinti. Questa volta gli sconfitti sono gangster espulsi dall'America dei primi anni Cinquanta. Mafiosi di serie B catapultati sulle coste italiane insieme agli attivisti politici che il potere americano si preoccupava di sbattere fuori dal paese. Cronaca reinventata da Fusco, giornalista del Secolo XIX che su di loro scrisse molto e che romanzò le loro vicende negli Indesiderabili, appunto.
Il set pullula di star. Ovunque mi giri divi del cinema a portata di mano, non ho che da scegliere. Il primo a imbattersi nel mio block notes è Vincent Schiavelli, qualcuno lo ricorderà in Qualcuno volò sul nido del cuculo. L'attore italo-amerticano risponde in siciliano alle mie domande. Io lo guardo, mi sforzo di capire e, aiutata dal direttore di produzione Rosario, anche lui siciliano, riesco a tradurre quello che mi dice. E quando gli faccio la domanda classica: com'è interpretare il ruolo di mafioso, mi risponde, «nessuno si sveglia al mattino e decide: da grande faccio il gangster. Spesso non si sceglie il proprio destino, è la vita a condurti in un posto invece che in un altro», e continua «non voglio giustificare chi per vivere fa il killer, ma interpretare un macellaio o un assassino di professione per me è lo stesso. Sono persone come tutte le altre e per molti di loro sbarcare in Italia ha significato perdersi. Il mio personaggio, svuotato dal proprio potere, è diventato un barbone alcolizzato». È gentile Vincent, e con un sorriso e il sigaro in bocca mi ringrazia e si allontana.
E il ciak prende il sopravvento, le comparse in massa vanno a riempire il set sotto l'acqua, gli attori si preparano, si catapultano fuori. E c'è chi, come me, sbircia da dietro i finestroni della stazione marittima. I ciak si ripetono, uno dopo l'altro, senza sosta scanditi dagli urli nel megafono: «State fermi, prego signori state fermi», «Silenzio!».
Dietro le vetrate c'è un altro grande protagonista del cinema italiano, lo scenografo Osvaldo Desideri, premio Oscar per il Piccolo Imperatore di Bertolucci. Faccia stanca e sorridente, impermeabile arancione, ci andiamo a sedere e inizia il racconto. «Non conoscevo i lavori di Scimeca perché già da molti anni non seguo il cinema italiano, non mi interessa», mi dice calmo. «Quando mi hanno proposto di lavorare per questo film ho subito rifiutato, ma poi, quando ho letto la sceneggiatura e ho visto Placido Rizzotto, mi sono innamorato di Scimeca e ho rinunciato al lavoro che stavo per incominciare».
Un colpo di fulmine che lo scenografo spera non si consumi in un solo film, «ho un carattere difficile e nella mia vita non mi è mai capitato di lavorare per un regista per più di due film. Ma questa volta spero non sia così». E le premesse sono buone, «con Pasquale ci intendiamo anche parlando poco. Se riuscissimo ancora a lavorare insieme potrei morire felice».
È tardi, l'ultimo ciak ha fatto rientrare tutte le comparse che corrono nei camerini. Scimeca trova un attimo anche per me. Sembra più giovane di quello che è, mi si avvicina contento, disposto a raccontare il suo ultimo lavoro.
«L'idea del film è negli Indesiderabili di Fusco. La cronaca raccontata da un giornalista che è anche scrittore e drammaturgo. L'inchiesta che si fa romanzo. Mi piace l'idea di mischiare questi due piani, realtà e fantasia, e poi Fusco, che non era mai stato in America, si è inventato un luogo anche attraverso il cinema, attraverso i gangster movie che tanto avevano successo in quegli anni».
Si tratta di un'altra storia di vinti? «I miei film cercano di indagare negli uomini, alle loro passioni e vicissitudini. Poco importa se quelli di cui si parla sono killer o contadini. Il mio interesse, semmai, va al come l'uomo può diventare gangster, e all'umanità dolente che è quella degli immigrati, la comunità italo americana costretta a vivere ai margini della società americana».
La Sicilia è presente anche in questo film? «Ci sono due siciliani che partano dall'America e arrivano in Sicilia, in questo senso è presente non per il resto».
E Genova come set com'è? «Genova è stata una tappa obbligata, perché lo sbarco dei rimpatriati avviene in questa città e molto del film si svolge qui. Ma è stata ache scelta, per esempio per farla diventare "altri luoghi": molte scene ambientate in America in realtà sono girate qui. In questa città c'è un po' di tutto: tanti luoghi e tanti tempi».
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